STAY COOL. BE SOCIAL.

giovedì 26 marzo 2015

Soirée Carlson. Omaggio a Carolyn Carlson | 14 e 15 aprile, ore 21.00 - Teatro Cucinelli, Solomeo (PG)

Immersion-Carolyn-Carlson-®Alain-Fleischer
"La poesia è stata sempre la mia fonte di ispirazione. Parole e sensazioni che ci trasportano in altre dimensioni fatte di immaginazione, regni dei sogni, invisibili mondi di origini cosmiche a cui facciamo ritorno, come se mettessimo dei semi entrando in un reame di realtà inspiegabili.
 Per qualsiasi lavoro io faccia la mia fonte è sempre una: la poetica della vita".


(Carolyn Carlson – Dall’intervista di Carmelo Zapparrata, repubblica.it,12 marzo 2015)


Il Teatro Cucinelli di Solomeo ospita un evento speciale per omaggiare Carolyn Carlson, una delle figure più rappresentative della danza contemporanea francese.
Tre spettacoli, “Home”, “Immersion” e “Mandala”, in un’unica serata che ruota intorno al fascino carismatico di questa figura, considerata una vera e propria ‘madre’ della danza contemporanea internazionale, punto creativo e formativo per molti danzatori, e a cui la nuova generazione rende onore. Per l’occasione è nato lo spettacolo “Home”, un incontro tra cinque danzatrici umbre, protagoniste della scena contemporanea nazionale e internazionale, formatesi al Dance Gallery di Perugia con Rita Petrone e Valentina Romito, che da anni coltiva un rapporto privilegiato con la Carlson, essendo stata sua assistente al CCN di Roubaix Nord Pas de Calais.
“Home” fonde momenti di precisa scrittura coreografica a spazi di composizione istantanea in cui emerge il talento e la maestria delle cinque interpreti, accompagnate dalla musica originale di Paki Zennaro. In “Immersion” Carolyn Carlson si esibisce nel suo solo, offrendo al pubblico la visione affascinante di una danza mossa dalla forza vitale dell’elemento naturale. “Mandala” affascina lo spettatore con il suo ritmo ipnotico, accompagnato dalla musica intensa di Michael Gordon. 


“HOME” (Prima Assoluta)
Per celebrare i suoi 20 anni di vita, l’Associazione Dance Gallery ha ideato il progetto “Home” con l’intento di far incontrare sulla scena alcune tra le danzatrici che hanno compiuto la loro formazione presso il Dance Gallery, divenute ora vere e proprie protagoniste della scena contemporanea internazionale. “Home” indaga il concetto di ‘casa’ come luogo di origine, luogo dell’accoglienza e come uno spazio fisico ed emotivo in cui ritrovare e riscoprire il già conosciuto ma portando anche il nuovo, in un mescolarsi continuo di idee, relazioni, stati emotivi e stati fisici. 

Regia: Rita Petrone - Valentina Romito

Musica originale creata da Paki Zennaro
Danzatrici: Amina Amici (Compagnia Amina Amici), Eleonora Chiocchini (Compagnia Simona Bucci, Compagnia Abbondanza Bertoni, Compagnia Tiziana Arnaboldi), Daria Menichetti (Teatro Valdoca, Compagnia Sosta Palmizi, Compagnia Abbondanza Bertoni), Chiara Michelini (Teatropersona, Compagnia Zerogrammi, Compagnia Abbondanza Bertoni), Sara Orselli (danzatrice ed assistente di Carolyn Carlson)
Luci: Andrea Margarolo
Produzione: TSU/Teatro Cucinelli, Dance Gallery, Compagnia Simona Bucci

Amina Amici

Chiara Michelini

Daria Menichetti

Eleonora Chiocchini


“IMMERSION”
«Water lady» eterna, Carolyn Carlson incarna il gesto puro e unico come un’espressione del movimento acquatico nella sua metamorfosi infinita. Al suono delle onde, la coreografa s’immerge nella sua fluidità, nella sua intensa presenza dalle profondità insondabili.
Come preludio alla creazione Eau interamente dedicata al suo tema prediletto, Carolyn Carlson offre al pubblico la visione affascinante di una danza mossa dalla forza vitale dell’elemento naturale.
Creazione marzo 2010
Coreografia e interpretazione: Carolyn Carlson
Musica originale: Nicolas de Zorzi
Produzione delegata: Carolyn Carlson Company
Produzione originale: Centre Chorégraphique National Roubaix Nord-Pas de Calais
In partnership con il Théâtre National de Chaillot

Carolyn Carlson "Immersion" © Laurent Philippe

“MANDALA”

Un cuore che batte, che pulsa vita in un corpo che a sua volta ondeggia, volteggia. “Mandala” affascina lo spettatore con il suo ritmo ipnotico, accompagnato dalla musica intensa di Michael Gordon. Al simbolo dell’ensō, che rappresenta l’universo e il gesto artistico perfetto, si può aggiungere il riferimento ai cerchi nel grano. Manifestazioni geometriche dalle origini misteriose, appaiono come tanti messaggi emessi da una forza dello spirito, forse venuti d’altrove, e sembrano volerci ricordare l’ignoto che ci circonda. Sara Orselli, perugina, tra le prime danzatrici uscite dalla fucina del Dance Gallery, dà corpo a questo solo, risultato della complicità che la lega a Carolyn Carlson da oltre un decennio.
Creazione 2010
Coreografia: Carolyn Carlson
Interprete: Sara Orselli
Musica: Michael Gordon: Weather parts 3 & 1
Costumi: Chrystel Zingiro
Luci: Freddy Bonneau

Produzione delegata: Carolyn Carlson Company
Produzione originale: Centre Chorégraphique National Roubaix Nord-Pas de Calais con la collaborazione dell’Atelier de Paris-Carolyn Carlson

Sara Orselli "Mandala"


Info e prenotazioni:
www.teatrostabile.umbria.it - Teatro Stabile dell'Umbria: 075.57542222
Prenotazioni tutti i giorni feriali dalle 16 alle 20 | e-mail: biglietteria@teatrostabile.umbria.it


* * *
Carolyn Carlson | Biografia
Arrivata a Parigi nel 1971, è una delle figure più rappresentative della danza contemporanea francese, ha lasciato la sua impronta in molti luoghi, tra i quali: l’Opéra di Parigi, il Théâtre de la Ville e il Festival d’Avignon. È una personalità di grande influenza per generazioni di interpreti e creatori. Danzatrice e coreografa straordinaria, il suo percorso la conduce dalla direzione del Teatro La Fenice di Venezia, al Ballet Cullberg di Stoccolma e in residenza al Finnish National Ballet e al Teatro di Helsinki. È stata invitata come coreografa da prestigiose compagnie, tra queste il Nederland Dans Theater 3 e il Ballet de l’Opéra di Bordeaux e il Balletto de l’Opéra di Parigi. Nel 2006 è stata insignita del Leone d’Oro alla Biennale di Venezia. Ha creato oltre cento coreografie, di cui molte sono diventate dei capisaldi della storia della danza, da Density 21,5 a The Year of the horse, da Blue Lady a Steppe, da Maa a Signes, da Writings on water a Inanna.
Nel 1999 fonda l'Atelier de Paris alla Cartoucherie, di cui è attualmente Presidente onorario. Dal 2014, per due anni, è Artista associato al Théâtre National de Chaillot, dove ha sede la Carolyn Carlson Company.

Carolyn Carlson Company (http://carolyn-carlson.com/)
La Compagnia Carolyn Carlson cerca un alveare, uno spazio di creatività e libertà all’interno del quale gesto e pensiero poetico si possano intrecciare…
Gennaio 2014: dopo nove anni passati alla direzione del CCN di Roubaix Nord Pas-de-Calais, Carolyn Carlson torna a Parigi e vi insedia la sua compagnia, la Carolyn Carlson Company (CCCy). Forte di un repertorio straordinario e accompagnata da un gruppo di danzatori fedeli alla poetica della sua gestualità, la coreografa perseguirà il suo personale approccio creativo: ogni anno, la Carolyn Carlson Company presenterà almeno due progetti importanti, una creazione e trasmetterà il proprio repertorio ai più prestigiosi corpi di ballo internazionali. In residenza al Théâtre National de Chaillot, la compagnia occupa un posto di rilievo nella scena coreografica parigina. Seguirà le istituzioni partner del Teatro, proporrà improvvisazioni di danza, trasmetterà le proprie ricerche, organizzerà momenti di incontro e di compartecipazione intensa con il pubblico.


Dance Gallery - Centro Civico Danza Perugia (www.dancegallery.it)
Dance Gallery è un'associazione dove si studia danza in modo innovativo e creativo fin dal 1994. 
Dance Gallery è una scuola che forma danzatori contemporanei preparandoli dal punto di vista tecnico, artistico e culturale.
Dance Gallery è un luogo dove bambini ed adulti possono approcciarsi alla danza e alle discipline del benessere con gioia e serenità, guidati da insegnanti qualificati.
Dance Gallery è promotore culturale sul territorio, dal 1994, organizzando spettacoli, rassegne di danza, workshop internazionali, incontri teorici, performances, laboratori nelle scuole istituzionali, in rete con soggetti pubblici e privati regionali,nazionali ed internazionali.
Dance Gallery crea nel 2009 il progetto Centro Civico Danza, in convenzione con il Comune di Perugia avendo tra i suoi obiettivi l’organizzazione di eventi e spettacoli, l’ospitalità e la residenza creativa per giovani artisti, umbri e non, assicurando loro uno spazio, un pubblico e un sostegno organizzativo.
Con il progetto “Home” e questo collettivo di artisti, Dance Gallery raggiunge una nuova maturità artistica: si propone come compagnia formata quasi esclusivamente da danzatrici umbre e punta a trovare uno spazio tra le realtà produttive della regione.


martedì 24 marzo 2015

INTERVYOU. Nel privé con Ilaria Facci, intervistata da Marla Lombardo.

«Non pretendo che la gioia non possa accompagnarsi alla bellezza; ma dico che la gioia è uno degli ornamenti più volgari, mentre la malinconia è della bellezza, per così dire, la nobile compagna, al punto che non so concepire un tipo di bellezza che non abbia in sé il dolore.» (Charles Baudelaire)
La mia prima ospite nel privé di Intervyou è una donna coraggiosa, forte e determinata. Questa donna ha talento. Si è messa a nudo, anima e corpo, in maniera brillante e profonda. 

La sua Arte è forte, sensibile, capace di toccare e smuovere i contorti labirinti della mente, lì dove fa più male.

Ilaria Facci you are in, then you are cool.


1. Quando hai cominciato ad approcciarti all'Arte, quale è stata la spinta per cominciare?
Non c’è cosa più difficile che parlare di sé. Per un artista, per una persona, credo significhi chiudere gli occhi, per ‘sfidarsi’ a guardarsi dentro.
Ma proverò a raccontarmi.

La prima spinta per l’Arte? Il dolore.
Non c’è nutrimento più prelibato per l’Arte che il dolore.
E poi, credo, il coraggio dell’istinto.

Per questo gli autoscatti, nel mio lavoro non c’è ‘premeditazione’.

Io, non so nulla di fotografia, di tecnica, di studio delle luci, di postproduzione. Non so nemmeno che tipo di macchina sto usando.
Anzi ‘lei’, la macchina fotografica, è apparsa nella mia vita quasi per caso, come l’amore, come quelle storie che nascono da un incontro fortuito, che so, in un parco: ‘lei’ mi è stata donata da un’amica, che non se ne faceva più nulla.
Ed un giorno l’ho presa ed ho iniziato a scattare, che per me ora so, significa scavare. Dentro di sé.
Lì, dove fa più male.




Da piccola mi sono ammalata di cancro, ‘Retino blastoma’ è il termine tecnico di questa  forma tumorale aggressiva, che colpisce agli occhi.
I danni arrecati sono irreversibili, ma, a dispetto del parere dei medici, sono sopravvissuta.
È forse questa mancanza, questa incapacità di vedere la luce, come voi ‘normali’, che inconsciamente mi ha avvicinato alla fotografia.
Io non vedo la luce come voi, i miei colori sono più netti, così i miei chiaroscuri; e le mie prospettive più piatte.
Ma è proprio tutto questo a rendere le mie foto, mie.

2) In che cosa consistono le tue opere: che temi affronti e con quali mezzi? Puoi citarne alcuni?
Quando ‘faccio arte’, io non penso.
Non parto mai da un tema, da un’idea, non faccio ricerca, né alcuno studio preparatorio.
Non traggo ispirazione, consciamente, e direttamente, da nulla.

‘Solo’ scatto.

E poi, quando ‘sento’ che è il momento, le carico sul pc e le vedo, e solo allora  scopro ciò che stavo cercando di dire, ma senza saperlo.
È questo il bello della fotografia, per me: è un macchinario, ma in realtà è uno specchio. E all’improvviso, come uno schiaffo, ti mostra chi sei.


Sei tu. La tua anima. La tua essenza.

La fotografia, quella vera, quella che rimane, non mostra affatto ciò che vediamo. Mostra ciò che sentiamo.
E forse, quelle tribù che sostengono che rubi l’anima, non hanno poi tutti i torti.


Questo è il mio modo di scattare, che mi porta inconsapevolmente a ripercorrere, ogni volta, momenti dolorosi del mio passato.
Così è nata la serie “Io non ho paura- contro le botte in cucina”: un urlo sulla  violenza domestica, e sulla necessità di sopravvivere creando un mondo parallelo fatto di sesso, ma anche di personaggi di fantasia;  la serie “Retinoblastoma”: per mostrare, o forse, per DI-mostrare, che un limite come la semicecità  può diventare un dono. Dipende solo da dove ‘lo si guardi’; “è Alzheimer”: la frase del dottore, quando ci disse la malattia della mia nonna, ed il mio osservarla nel suo lento ritornare bambina, fino a morire. O a rinascere.
Così ”Omaggio allo stupro”, “Il giorno del mio suicidio”, “A Francesca”. Temi che appartengono anche al ‘sociale’, che attraverso la fotografia riesco, credo,  ad esorcizzare,  a trasformarli, forse, in bellezza.
E ad abbandonarli, finalmente.

Perché l’Arte si nutre del dolore è vero, ma una volta sfamato, quel dolore si trasforma, in altro.
In poesia; forse, in un aiuto per chi leggerà quelle storie illustrate nelle foto, a capire che l’Arte vince, sempre.

L’Arte vince, nelle rovine di una città distrutta.
L’Arte vince, la morte del suo artista.
L’Arte, si riproduce tra le scaglie di una corteccia in un albero, tra migliaia, in luoghi lontani e sconosciuti.




I dottori sostengono che io sia nata col tumore.
Sebbene mi sia stato diagnosticato a due anni, forse il cancro si è sviluppato con me, quando ero ancora un feto.
Ed è come se io abbia fatto mia l’idea dell’indissolubile coerenza paradossale del binomio della vita, e della morte: una attinge dall’altra, da sempre. E per sempre.

La fotografia è il mio diario, a cui non voglio mentire, ben consapevole del fatto che comunque non potrei. ‘Lei’, la macchina, se ne accorgerebbe subito.
Piuttosto è lei a farmi scoprire così un nuovo buio, ogni volta, dentro di me. Ad illuminarlo, ogni volta, per farmi vedere.
E questo ‘vedere’ è la mia Arte.

Alla donna che più ho amato, una volta dissi: ‘Tu sei i miei occhi’. Per una semi- non vedente questo è il complimento più bello che esista.
Ma è andata via.
L’amore che provavo per lei, è diventato la mia ‘carta bianca’. La macchina fotografica, la mia scrittura.
E la fotografia, le mie risposte.

La fotografia è gli occhi che il cancro ha cercato di portarmi via.  
Senza riuscirci.



3) Cos'è per te l'arte? La tua visione dell'arte contemporanea?
L’Arte è tutto, eppure sembra fatta di niente.
E per questo qualsiasi definizione risulterà sempre insufficiente, approssimativa. Ed Inesatta.

L’Arte, per me, è la vita stessa. E come si fa a definire la vita?


4) E a Londra, che scena vedi? Cosa sta succedendo in questa città?
Londra è un’esplosione di energia, positività e crescita.
E’ dinamismo dirompente. Un inarrestabile caos ordinato.
Ho vissuto in molti luoghi al mondo, ma l’unica città cui ho detto ‘resto’, è stata Londra.

Qui vige un solo imperativo: ‘Osa’.


5) Ci sono alcuni artisti che influiscono sul tuo lavoro? A cosa ti ispiri? Come nasce la spinta creativa?
Amo nutrirmi di tutto ciò che reputo di qualità; film, letteratura, persone, musica, cultura ed arte vengono prima del pane,  per me.
Vivo nella costante ricerca.
La mia spinta creativa nasce da questo, senza filtri né raziocinio. Pura e spontanea reinterpretazione di ciò che accumulo, vivendo.



6) Cosa accadrà in futuro? Hai qualche mostra o evento in programma?
Non so cosa accadrà in futuro: non ho ancora mostre in programma.

Aggiungo una ‘comunicazione di servizio’: tutte le serie sono in vendita, e molte di esse sono associate ad enti benefici britannici.
Il guadagno della serie “Retinoblastoma”, andrà interamente in beneficenza, alla CANCER RESEARCH UK ( l’associazione nazionale britannica per la Ricerca contro il cancro): ogni opera, in questo caso, consta della fotografia scattata da me, accompagnata dalla fotografia dell’importo (identico al prezzo pagato dal cliente) del bonifico a favore dell’ente.

E questo mi basta.
Per ora.




7) Tre parole che ti rappresentano.
Forse d’impulso, per primo direi: “artista”.

Mia mamma mi racconta spesso di come all’asilo la maestra mi chiamasse “la Pasionaria” , per la mia indole idealista; una  piccola femminista indomita e ribelle, che voleva cambiare il mondo, tra i minuscoli banchi e le lettere di legno colorato.
Ecco, il mio lavoro -e la mia vita- non è altro che il mio modo di cambiare il mondo, in silenzio, quasi cullandolo ed amandolo; è come se dicessi, a me stessa, e agli altri: ‘se riesco a trasformare l’orrore in bellezza, allora tutto può essere trasformato in qualcosa di utile, di migliore.

Possiamo cambiare ogni cosa, anche il tumore, anche la guerra, anche la morte, in speranza, in sogno.
In amore.

La terza parola è forse “Ricercatrice”: noi siamo un percorso, una continua, infinita ricerca e scoperta, di noi stessi,  e del mondo.
Fermarsi, è il solo modo di morire che conosco.




8) Cosa fa Ilaria quando non è "artista"?
Io sono artista. E un’artista lo è sempre. Non può essere altrimenti.

Lo sono quando non cucino, ma ho fame, e mi attacco al primo pezzo di formaggio che trovo.
Lo sono quando medito il mio Buddismo.
Lo sono quando tornando a casa ubriaca, nel buio, decanto poesie improvvisate, che nessuno mai udrà, né io mai trascriverò.
Sono artista quando mi butto in testa la tintura di un colore a caso, perché ho voglia di futuro.
Lo sono quando piango, di un pensiero.
Lo sono quando parlo, quando timidamente mi nascondo dalla gente, e tra la gente, osservo.

L’artista non è la sua opera. L’artista è la sua stessa essenza.

Ma ‘artisti’, per me, lo sono tutti gli esseri umani.
Semplicemente alcuni non si sono ancora dati la possibilità di scoprirlo.



 BREVE BIOGRAFIA

Ilaria Facci nasce a Roma nel 1982.
A due anni e mezzo si ammala di tumore, “Retinoblastoma”all’occhio sinistro.
Nel 1992 si trasferisce, con la madre e la sorella,  a Buenos Aires.
Nel 2000 torna a Roma, dove si iscrive alla facoltà di lettere, presso La Sapienza; dopo circa un anno l’ abbandona per iscriversi all’Accademia di Moda e Costume.
Continua poi gli studi con un Master in Comunicazione; studia inoltre Cinema, fotografia e musica presso il DAMS, a Roma.
Nel 2009 viaggia spesso a Barcellona.
Nel 2010 si trasferisce a Milano, dove intraprende la carriera di Stylist e di costumista.
Durante questo periodo collabora con nomi importanti quali il fotografo Mustafa Sabbagh, redazioni quali  Cosmopolitan, e marchi internazionali, come L’Oreal e Nikon.
Nel 2012 viaggia in Armenia.
Nel 2013 abbandona la carriera di stylist, e si trasferisce a Londra.
Dal 2014 comincia ad apparire in magazine d’arte e di fotografia per i suoi ‘autoscatti sbagliati’. (kritikaonline, VOGUE.IT, INSIDE ART).
Attualmente vive a Londra.