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lunedì 12 dicembre 2011

IN MAX PAPESCHI I TRUST DI IGOR ZANTI

All’inizio si poteva trascurare o non farci caso. Dopo circa un anno la presenza si stava facendo ingombrante, ed ora, a distanza di tre anni dalla sua prima e casuale - per sua stessa ammissione - mostra personale è diventato inevitabile occuparsi di Max Papeschi.
Molti lo amano, molti lo odiano, moltissimi lo invidiano.
Vi è una nutrita schiera di Max Papeschi addicts, che lo seguono come una rock star, si fanno fotografare con lui, intasano la sua bacheca di Facebook, come vi è un gruppo di detrattori che riducono il suo lavoro ad una trovata scandalistica finalizzata alla vendita di opere considerate brutte e mal fatte. Gli invidiosi sono, invece, degli amanti rifiutati, delle volpi troppo grasse o troppo pigre che non riescono ad impegnarsi per raggiungere il tanto agognato grappolo d’uva e allora, come da tradizione, lo disprezzano.

Ho osservato Max per circa un anno e mezzo prima di contattarlo. Il suo lavoro mi incuriosiva, il suo essere onnipresente mi affascinava, la quasi voluta ingenuità e l’apparente sciatteria nella realizzazione delle sue immagini, che tanto mi ricordavano gli amati collage di Hannah Hoch e ancor più le opere di quel genio misconosciuto di John Heartfield (non a caso la Hoch e Heartfield sono entrambi esponenti del Dada berlinese), arricchivano il suo lavoro, a mio parere, di una serie di rimandi interessanti.
Per me Max è un laboratorio di creatività vivente, è un topolino bianco che seguo e di cui annoto i comportamenti come un ricercatore del CNR. Non è un artista, ma sta diventando lui stesso un manufatto artistico, incarnando il suggestivo e visionario precetto estetizzante di trasformare la propria vita in un’opera d’arte.
Per quanto con mille resistenze, osteggiati dai complessi d’inferiorità di addetti ai lavori che non riescono ad aprire la propria mente oltre un rassicurante paupero-minimalismo, bisogna prendere atto, se si vuol cercare di comprendere il contemporaneo, che il comunicare e la comunicazione sono componenti estetiche.
Oramai da quasi cinquant’anni e, forse, da qualcosa di più, se teniamo conto che questa tendenza è stata inaugurata da Marcel Duchamp e dalla sua Eau de violette, la bellezza (in una dimensione di pura teoria estetica) corrisponde sempre più con ciò che è appropriatamente comunicato.
Ricordiamoci - questo è un dato che non andrebbe mai dimenticato quando parliamo di arte contemporanea - che il più acclamato tra gli artisti viventi e il maggiore esponente del YBA, Damien Hirst, deve il suo successo e il riconoscimento qualitativo delle sue opere al fatto di avere come maggior collezionista e mecenate Charles Saatchi, non a caso uno dei guru della pubblicità a livello mondiale.

In questo contesto il lavoro di Papeschi risulta essere veramente interessante e stimolante, e, come si è detto, incarna il vero senso dell’hic et nunc, offrendoci la possibilità di osservare nel suo evolversi la nascita  di una pagina di storia dell’arte contemporanea.
Credo che Max faccia un buon lavoro, come credo che pane e Nutella siano la miglior merenda per un bambino o che uno yogurt alla mattina aiuti la mia regolarità.
D’altronde Max non fa nient’altro che essere un po’ cattivo in un mondo che, formalmente, rifiuta la cattiveria e premia l’ipocrisia.
Ma non era questo il ruolo del giullare o, come mi è capitato di scrivere in passato, del Pasquino, e quindi l’azione di Max non è frutto di una necessità dell’oggi, ma ha illustri predecessori, forse perché ogni epoca ha bisogno dei suoi giullari e dei suoi Pasquini.

L’inconsistenza e la fatuità che vengono riconosciute alle opere di Max risiedono nel fatto che il suo lavoro sia troppo visto e visibile, sia troppo facilmente leggibile, troppo popolare o pop, ma a questa stregua dovremmo dire che anche la leonardesca Monnalisa è un’opera di scarsa qualità, poiché la sua fortuna critica è frutto di una campagna pubblicitaria ante litteram che ha le sue origini in sdilinquimenti di sapore estetizzante di un gruppo di intellettuali francesi tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento.
Forse il problema è che il lavoro di Max Papeschi non ha bisogno, in apparenza, di libretti d’istruzione, che è immediatamente comprensibile, che ha una penetrazione che supera le merlate mura di alcuni asfittici ambienti dell’arte contemporanea, per giungere in maniera distinta a tutti. Ma, d’altronde, non ho bisogno di essere un esperto di miscele di cacao per sapere che la Nutella è veramente buona.
Io in Max Papeschi credo. Mi piace, m’interessa e mi diverte, e se questo è segno di superficialità o di non intendersi d’arte, pazienza. Preferisco rimanere in superficie e guardare come gira il mondo o farmelo spiegare da Max, piuttosto che morire soffocato sotto un cumulo di stracci stantii, abbandonati da quarant’anni.


Testo di Igor Zanti per il  catalogo  "Max Papeschi - Exit From Heaven"  2011 pubblicato da Leo Galleries


NaziPinkieMouse (2009) di Max Papeschi in mostra alla Leo Galleries di Monza


VERNISSAGE Giovedì 15 Dicembre 2011

sabato 10 dicembre 2011

SEVEN a cura di Roberto Ronca | I 7 Peccati Capitali come non li avete mai visti | SUPERBIA

VERNISSAGE  Giovedì 15 dicembre 2011 ore 19:30

Con la performance critico-teatrale-musicale di Vincenzo Mazzarella e Saverio D’Andrea.
Con la performance artistica di Francesco Carbone e Mariangela Neve
Museo ARCOS
Via S. Borgia, 1
BENEVENTO
dal 15 dicembre 2011 al 6 gennaio 2012
Dal martedì al venerdì 9:30-13:30 / 16:30-20:30
Sabato e domenica 10:00- 14:00 / 16:30-21:30
Lunedì chiuso

Dopo il grande successo di GOLA, INVIDIA e ACCIDIA arriva il quarto appuntamento di SEVEN con SUPERBIA, in una location tutta nuova: il museo ARCOS di Benevento, superbo, come l’evento richiede, con i suoi magnifici interni e la sua posizione strategica al centro della città. 7 è un grande evento che vuole attirare l’attenzione dell’artista e dello spettatore sulla complessità di interpretare con immagini attuali, al di fuori della iconografia classica, un pensiero antico. I 7 peccati capitali possono essere uno stimolo verso l’interpretazione libera. E anzi è proprio nell’attualità della visione di artisti contemporanei che si può trovare la vera essenza del peccato, oggi. Seven è una mostra che affronta ognuno dei 7 peccati, uno per volta. Ogni peccato viene sviscerato, osservato, fissato, ricordato. Gli artisti creano 1 opera per ognuno dei 7 argomenti. 7 eventi, quindi (+ 1), che nel loro essere parte, creano il tutto.

GLI ARTISTI
A.ben, Gennaro Angelino, Riccardo Antonelli, Alfredo Avagliano, Rossella Avolio, Luigi Ballarin, Maddalena Barletta, Fabrizio Bellanca, Claudia Bianchi, Gabriela Bodin, Raffaele Boemio, Matteo Bosi, Veronica Cantero Yanez, Rinaldo Capaldi, Massimo Cappellani e Katia Di Rienzo, Alessandra Carloni, Cosimo Carola, cAtrOuGe, Diego Cautiero, Viviana Cazzato, Sonia Ceccotti, Elena Cermaria, Gianluca Chiodi, Chiara Coccorese, Katia Colonna, Alfonso Cometti, Ugo Cordasco, Mariana Cornea, Luca Crema, Anna Crescenzi, Elena FromDuck Dall’Oca, Dario De Cristofaro, Federica De Ruvo, Mimmo Di Dio, Alessandro Di Gregorio, Gerardo Di Salvatore, Djoma Djumabaeva, Dorian Rex, Ekoè Diane Virginie, Rita Esposito, Takane Ezoe, Paolo Facchinetti, Nicla Ferrari, Christian Fogarolli, Ettore Forestiere, Naomi Fuks, Daniele Galdiero, Luisella Gandini, Ivan Gigante, Irene Gittarelli, Lucio Greco, Gruppo Sinestetico, Gerardo Iorio, Maria Karzi, Agnieszka Kierszstan, Urszula Kluz-Knopek, Bozena Krol Legowska, Stefanie Krome, Michail Kudinow, Josef Leitner, Margherita Levo Rosenberg, Lio, Marla Lombardo, Luna Hal, Laura Libera Lupo, Alessandra Mai, Angelo Maisto, Sofia Maglione, Dario Manco, Gianluca Martucci, Claudia Mazzitelli, Paolo Menon, Francesco Mestria, Constantin Migliorini, Fabio Mingarelli, Massimiliano Mirabella, Mistral FDB, Luca Morselli, Piero Motta, Noil Klune, Giulio Orioli, Francesco Paolicchi, Nadia Perrotta, Valeria Perversi, Renata Petti, Leopoldo Pezzella, Stefano Piancastelli, Azzurra Piccardi, Luca Piccini, Anna Pozzuoli, Davide Puma, Mustapha Rajaoui, Patrizia Rampazzo e Giuliano Iori, Barbara Rapp, Alessandro Rietti, Flavio Risi, Gianfranco Rovatti, Fausto Rullo, Rosita Russo, Alessandra Salardi, Giuseppe Sassone, Willy Simeone, Sonikasik, Antonella Soria, Dominik Stahlberg, Meri Tancredi, Ivan Toninato, Elina Tsingiroglou, Veronica Vecchione, Claudia Venuto, Angela Vinci, Pasquale Zeno, Alessandro Ziveri

LA LOCATION





Lo Staff di SEVEN
DIREZIONE ARTISTICA Roberto Ronca
COORDINAMENTO PROGETTO Roberto Ronca e Debora Salardi
IDEAZIONE Roberto Ronca e Debora Salardi
SEDE di NAPOLI Villa Vannucchi – San Giorgio a Cremano (Na)
SEDE di BENEVENTO Museo Arcos – Benevento
UFFICIO STAMPA Spazio-Tempo Arte
COMUNICAZIONE Debora Salardi
INTERVENTI CRITICI Vincenzo Mazzarella
LOCATION MANAGER NAPOLI Archh. Rita Esposito e Daniele Galdiero
LOCATION MANAGER BENEVENTO Maria Teresa Schettino – Associazione Culturale Eklettica
RELAZIONI ESTERNE Debora Salardi
ASSISTENTE CURATORE Annalisa Ferraro
ASSISTENZA ORGANIZZATIVA Annalisa Ferraro, Federica Lugoboni
WEBMASTER Romano Nannini
AMMINISTRAZIONE Liliana Sartori
FOTO REPORTAGE Matilde Falcone









venerdì 9 dicembre 2011

ENRICO ROBUSTI | Grande burattinaio di un'umanità "qualunque", grottesca e deforme, decisamente sopra le righe | Testo a cura di Vittorio Sgarbi

Non andiamo verso nessuna direzione; il nostro grande ideale, adesso, è la mediocrità,la repressione dei propri impulsi. Per questa presunta dignità di castrazione, molti dei migliori sono morti.  Max Aub

COLPO DI FULMINE
Ora non è più un mistero, passato di bocca in bocca fra pochi privilegiati, come lo era fino a qualche anno fa: Enrico Robusti.
È certamente uno dei talenti più vivaci e interessanti dell’arte italiana dei nostri giorni.
Un talento che , dopo il passaggio di Robusti dalla specializzazione nel ritratto a una pittura di genere- per così dire- più universale, una sorta di ritrattistica visionaria del mondo, ma di un visionarismo che mantiene una buona aderenza con la realtà e compete con il livello di allucinazione insito nelle sua stessa essenza, ha trovato definitiva collocazione all’ interno di una categoria stilistica, l’ espressionismo, che un luogo comune vorrebbe poco consona all’arte italiana dei nostri tempi, e forse di tutti i tempi.
Già, l’espressionismo è nordico, il classicismo è mediterraneo, questo dice il luogo comune. Che, come tutti i luoghi comuni, ha naturalmente un fondo di verità storica, tutt’altro che irrilevante. Non c’è dubbio che, se volessimo individuare per Robusti un attendibile percorso di provenienza lungo la storia dell’ arte, fosse anche a livello di semplici analogie visive piuttosto che di effettive meditazioni formali che siano state compiute su questo o quel maestro, troveremmo in questa strada molto più Nord che Sud. Più Schongauer, Durer, Bosch, Bruegel, Hals, Messerschmidt, Hogart, tanto per fare un qualche nome che renda subito l’idea; giungendo a tempi più recenti, più Secessione Viennese più Neue Sachlichkeit, naturalmente, Gorge Grosz, Otto Dix, Max Beckmann, Christian Shad, Volker Bohringer, Franz Radziwill...

AMATRICIANE IN BURRASCA
VIENI A SEDERTI QUI TRA NOI
SCOMPARTIMENTO FUMATORI
E poi avanzando ancora, considerandolo appartenente alla grande famiglia culturale germanica non meno che quella al bionica, Lucian Freud, padre putativo di tutta una nuova figurazione di ascendenza nordica rispetto alla quale artisti sul tipo di Marc Quinn e Jenny Saville, per quanto meritevoli di considerazione, non possono certo considerarsi capostipiti, semmai pallidi epigoni.
Ma quanto servirebbe, a Robusti, trovarsi parenti nobili fuori dalle mura patrie, d’area nordica in particolare, senza correre il rischio di svolgere al riguardo un semplice esercizio retorico, di mente sostenuti quelli che i critici sono solitamente così bravi a imbastire, senza
Però porsi troppe domande sul fatto che possano essere realmente sostenuti da un’appropriata sostanza filologica?
Servirebbe, soprattutto, a legittimare fino in fondo un preciso imprinting internazionale per Robusti, più di quanto non farebbero, per esempio, gli accostamenti ai nostri Sughi, Vaccari, e slittando sull’applicato dei comics, all’insegna di una convergenza fra colto e popolare sempre più praticata nella comunicazione artistica dell’epoca dei mass media, il Tanino Liberatore più post-Moderno? Difficile affermarlo, così come negarlo.

BUM

LE SIGNORE SI DIVERTONO
Nel dubbio, meglio attenersi a un Robusti letterale e autosufficiente, poco bisognoso di ricorrere ad altro al di fuori di sé stesso, non solo sotto l’aspetto tecnico, perfettamente cosciente di ciò che fa e non fa.
Un Robusti, grande burattinaio, che fa della pittura il personale teatrino con cui maneggiare un’umanità animale e decisamente sopra le righe, grottesca, deforme, tirata da parte a parte nelle facce di gomma come nelle opere di Grosz, corrosa sulla pelle da segni penetranti come il vetriolo delle opere di Bacon, ossessionata dall’ingombro morale della carne come nelle opere di Freud, ulteriormente alterata nel suo aspetto da punti di vista rialzati, a volo di uccello, e da prospettive aberrate, quasi da specchio anamorfico; eppure, un’umanità che, per quanto vista da dietro la lente di un sarcasmo distaccato e catartico, acquisisce comunque valore universale, risultandoci spaventosamente familiare nel suo orrore quotidiano, quella della porta accanto, quella che dalla porta accanto i nostri vicini potrebbero parimenti vedere in noi.

MAH SIGNORINA! MA NON SI RENDE CONTO CHE MI STA PRECIPITANDO ADDOSSO TUTTA LA SUA BELLEZZA?

Accenna storie possibili, Robusti, incrinando la staticità tendenziale di un universo in contemplazione del nulla più disarmante, teso a compiere azioni che danno la chiara impressione di essere superflue, a soddisfare piaceri che paiono effimeri e beluini, senza nessuna possibilità di pervenire a una finalità che risulti intellettualmente più elevata, coinvolti in un uroburo che programma la circolarità del non senso e della disperazione cosmica. Ma sono storie che rimangono ipotesi sospese, galleggianti nell’aere dell’ eternamente indefinito, del prevalente immobile.

TRAGICO DESTINO DI UNA GALLINELLA RIPIENA
AH SIGNORA GIOVANNINA CHE PIACERE RIVEDERLA!
Attraversa il suo mondo, Robusti, sempre con il rasoio in mano, come in uno dei Delitti esemplari di Max Aub fra i più memorabili: ancora lucido, ancora sufficientemente pietoso nei confronti di chi incontra e ci fa vedere dietro la gabbia, ma senza potere escludere che un improvviso bagliore sulla lama possa travolgere qualsiasi  controllo razionale, generandola un momento all’altro il raptus carnefice, incontrollato, risanatore.
E’ forse la banalizzazione dell’orrido, l’abitudine ad esso, il grande nemico da esorcizzare. Il mostro che sta dentro di noi, anche se facciamo finta di non vederlo.

Testo a cura di Vittorio Sgarbi


RANE FRITTE

LA MOGLIE DEL SANTO

RANE FRITTE

RITRATTO DI ALBERTO AGAZZANI

RITRATTO DI CAMILLO LANGONE
BAR ITALIA


giovedì 8 dicembre 2011

JUST KIDS | PATTI SMITH SI RACCONTA

Se volete un assaggio della vera New York underground anni ‘70, procuratevi "Just Kids" (Feltrinelli), self portrait di Patti Smith in cui si narrano le vicende e il forte legame umano e artistico con Robert Mapplethorpe. Si tratta di un’autobiografia toccante e piena di spunti riguardo al sottofondo intellettuale e creativo che in quegli anni fermentava nel cuore grande mela. Si apprendono dettagli inconsueti della vita di questi due personaggi, Patti e Robert, che da subito si riconoscono esseri affini e prendendosi per mano, affrontano un duro cammino disseminato di sacrifici, alla ricerca dell’arte pura e dell’amore per la conoscenza a tutti i costi.
Lo strano mix di case fatiscenti e locali alla moda fa da sfondo alle notti in bianco passate a leggere poeti illustri come Genet o Rimbaud, o a disegnare, dipingere, incidere con i pochi materiali a disposizione. L’attenzione quasi maniacale per i dettagli dell’abbigliamento, per gli accessori e gli abbinamenti, di assoluta rilevanza in una ricerca estetica tout-court, si affianca alla presenza costante di una sorta di religiosità: dapprima il substrato cattolico delle famiglie da cui entrambi i “ragazzi” provengono, e più avanti la sacralità e il valore spirituale ricercati tenacemente nelle provocazioni di lui e nelle letture mistico-sciamaniche di lei.


E’ un’esistenza al galoppo sfrenato alla ricerca della vita, fatta di ciambelle alla marmellata, film nouvelle vague, libri d’arte e biografie, e poi, dal Chelsey Hotel in poi, ecco i fatidici incontri con musicisti, autori, artisti e compositori, un nome su tutti: Gregory Corso. 
Come in tutte le coppie anche Patti e Robert hanno i loro alti e bassi, ma sempre si incoraggiano a vicenda e sempre saranno solidali, anche quando le rispettive carriere decolleranno: lui come fotografo e lei come poetessa e cantautrice. Anche più avanti negli anni, quando lei, creatasi ormai una sua famiglia, correrà da lui per essergli ancora una volta vicino nei suoi ultimi giorni.






"Il giorno prima che morisse, ho promesso a Robert (Mapplethorpe) che avrei scritto la nostra storia. Lo conoscevo da quando avevamo 20 anni ed eravamo Just Kids, solo due ragazzi, affamati della vita, creativi e senza un soldo. Abbiamo costruito tutto partendo dal nulla. Quando vivevamo al Chelsea Hotel non avevamo un telefono, non avevamo tv, mangiavamo una volta al giorno. Ma credevamo nella nostra visione e di notte lavoravamo alla nostra arte. Ho scritto il libro perché volevo che la gente sapesse chi era Robert, come si è formato, e che ciò che abbiamo fatto è a disposizione di tutti, quando arriva quel momento di battersi per le proprie idee. Volevo far capire ai ragazzi che non è la crisi che può fermarti, che può renderti infelice, che può impedirti di realizzare i tuoi sogni. Si può andare avanti con niente, e la cosa migliore di cui disporre è una persona con cui condividere questi momenti, qualcuno che creda in te. Ma devi essere tu il primo a credere in te stesso, nel tuo desiderio di scrivere, suonare, fare fotografie"

Patti Smith (tratto dall'intervista su Rolling Stone Magazine)


mercoledì 7 dicembre 2011

DETONAZIONI | Una nuova e limpida voglia di cambiare

Ci si prova a fermarsi, si prova a darsi una regola, un codice, una vita equilibrata e sana. Poi però... Poi siccome... Poi quindi... Poi ti trovi da un momento ad un altro in una vita non tua, non quella che avevi pensato fino ad un attimo prima, quella che credi sia giusta e dritta.
Respira, forte, a pieni polmoni, fai i conti con i sensi di colpa, con il cervello che urla strane frasi e piange forte come un bambino appena nato.
Ricominciamo. La notte è passata e tu sei sopravvissuto al peggio, nuovamente, ancora una volta e...Si ricomincia ancora una volta. Apri gli occhi, indossa la vestaglia, lava la faccia, i denti non dimenticarli, i capelli sistemali, metti i pantaloni, infila le calze prima, metti la camicia, forse è meglio che alzi la serranda e aspetti il bacio del sole.
Bene, adesso rincoglionito e forzato dal tempo, esci e cerca di essere te stesso...Nervoso, assonnato, ma sempre te stesso. L'unica cosa che ti resta dopo aver guardato la luna l'altra notte e dopo aver bramato un suo bacio è...Una nuova e limpida voglia di cambiare.

[ G. M. ]

domenica 4 dicembre 2011

A DAY WITH | Stefania Turato. Spirito diVino e alma flamenca


"Lavorare nel mondo del vino è un ottimo modo per unire piacere e dovere. Il vino è fantasia."
Se il vino è un’Arte, il suo critico si chiama Sommelier. 

Stefania Turato, classe 1971, è un'esperta del mestiere. Miglior Sommelier di Lombardia 2009, ha guadagnato il secondo piazzamento nel Concorso Nazionale Fisar 2011 e attualmente si occupa dello sviluppo della Fisar - Federazione Italiana Sommelier - di Milano.
Nessuno meglio di lei potrebbe darci preziosi suggerimenti e consigli su come gustare al meglio il “nettare degli dei”. 

Noi l'abbiamo intervistata e fotografata durante le sue ore di lavoro al 7° Piano presso l'enoteca YN Vineria La Rinascente di Milano, a due passi dal Duomo.
Ph by MARLA LOMBARDO




Come hai iniziato ad interessarti del mondo del vino? E come è nata la tua passione per la professione Sommelier?
Sono entrata nel mondo del vino nel 1992 per una azienda vitivinicola veneta parlando in inglese e francese. Li ho cominciato il mio percorso di studio per comprendere il vino e nel mio privato il suo matrimonio col cibo. Sensuale. L’incontro di due titani. 
Sono arrivata a Milano per caso, e per passione lavoro in negozio YN VINERIA alla Rinascente al 7° piano. 

Ora che è qualche anno che conosco il vino, mi rendo conto che arriva dal piacere di riconoscere i profumi e gli odori, che porto fin da bimba.






Che rapporto c’è, o dovrebbe esserci, tra il cliente e la figura del Sommelier?
Il Sommelier avvicina un produttore di vino. Perché il Sommelier il suo vino lo ha cercato o lo ha degustato e ha visitato l’azienda o può raccontare l’area da cui proviene il vino, questa forma d’arte che lega l’uomo produttore alla natura seguendone i ritmi, il Sommelier la traduce.


Secondo te quale futuro avrà la figura del sommelier?
La figura del Sommelier avrà due ruoli. Il primo quello impeccabile del servizio, dove rende onore al vino nei movimenti silenziosi, precisi e rassicuranti in ristorante. La seconda è quella del comunicatore del vino, l’aggancio tra la territorialità ed il canta storie vere.

Il cliente deve entrare grazie al sommelier in un altro mondo… Il magico mondo di Paul!!!



Qual è, secondo te, il vino italiano più versatile, quello che si adatta a diversi pasti? 
Posso dire quello che piace a me. Io adoro il vino bianco. Secco, fresco vivo, con grandi mineralità. Alcuni esempi: Soave, Verdicchio di Jesi ha grande longevità, e lo Champagne in primis che va bene su tutto! E veramente su tutto! Ci siam capite no? 




Preferisci i vini italiani o quelli francesi? 
E’ bello giocare col vino. Io sono curiosa e non riesco a stare con un solo vino sulla tavola. Cominciamo almeno con una bollicina, italiana dunque. 
La stessa domanda fatta ad un francese? Una mia cara amica francese ha detto: “ sono fortunata perché sono una francese che parla di vini italiani!




Quali sono invece le altre realtà vinicole importanti in Europa? 
Francia per storicità, Portogallo per curiosità, Spagna Jerez per passione!



Ci consigli un buon vino da aperitivo? 
Torno dunque al mio amato bianco. Bollicina italiana o francese. Ottimo il Prosecco Vecchie Viti di Ruggeri & c. a Valdobbiadene, intenso, fragrante.
Altri due nomi: Monterossa Franciacorta, ricco di profumi in continua evoluzione nel bicchiere. Fantastico per il mio naso! Me l’ha fatto assaggiare l’amico Luca. Ricordarsi sempre di comperare i Magnum che si conservano meglio e sono due bottiglie. Quel che ci vuole per una cena ben riuscita. 
Un rosso unico. Syrah di Cascina Colombarola, un vino destinato a diventare grande grande come il suo grande grande produttore. Poche bottiglie. Solo per intenditori. Mi riferisco a quel susseguirsi di profumi nel bicchiere che ti tiene a conversare con il vino… Devo stargli distante altrimenti la cantina sarebbe vuota perché lo berrei tutto!


Quale è il tuo vino preferito? 
Il mio vino preferito è quello che mi emoziona e si fa ricordare! Come un uomo che hai amato e che poi … Ha sposato un’altra… ahahahahahhah



Cosa consiglieresti a coloro che sono curiosi e che hanno una forte passione per il vino?
Senza alcun dubbio, di iscriversi subito ad un corso per diventare sommelier! Parte infatti il 25 gennaio a Milano al Palazzo delle Stellilne al n. 61 il prossimo corso! Venghino Signore e Signori, venghino! C’è davvero da divertirsi e da bere bene. Molto importante di questi tempi. Il consumatore è educato all’acquisto e non incappa in cattive sorprese.
Organizziamo banchi di assaggi per offrire ai milanesi ottime situazioni. A marzo ... Forse. 
Se qualcuno vuole dare il proprio contributo di CO-WORKING per il nostro sito che ha bisogno di freschezza, si faccia avanti. C'è da fare e molto...


Cosa è Stefania fuori dal lavoro? 
E’ spirito divino e alma flamenca! Non solo il vino inebria i miei sensi... Anche la danza, il flamenco in particolare. Per me il Flamenco è un atto di vita. E' linguaggio, poesia, musica, è canto profondo e magico. E' il mio modo di vivere e di "degustare" la vita!