Personalità divorante e onnivora, la passione è la qualità che lo contraddistingue, nel lavoro, negli affetti, nelle cose belle.
Animo inquieto e visionario, attento osservatore del mondo che lo circonda, ama osare, stupirsi e contraddirsi e difendendere sino all’estreme conseguenze la sua sensibilità squisitamente pascoliana.
La sua arte affascina ed emoziona ed il suo amore per la pittura è viscerale, esistenziale oserei dire.
Per lui dipingere è glorificare il gioco di Madre Natura con l'uomo.
Davide Puma è l'ospite di INTERVYOU, il privé di Untitled Magazine
Davide artisti si nasce o si diventa?
Guarda, non so gli altri, ma
“io modestamente lo nacqui”.
Quando hai cominciato ad approcciarti all'Arte, qual è stata la
spinta per cominciare?
Ho cominciato ad avvicinarmi
al mondo dell’arte come tutti i bambini, disegnando con mio fratello e
cominciando a creare un mondo immaginifico. Già allora non riproducevo il mondo
com’era, ma me ne ricreavo un altro, molto personale. Ricordo che a casa avevamo
delle splendide enciclopedie sui musei più importanti del mondo ed io ero
affascinato da molte immagini che vedevo. Ricordo che una delle immagini che mi
colpiva di più, a cui tornavo spesso, era il quadro di Rembrandt “La ronda di
notte” affascinato dai due personaggi principale, in luce, con la loro divisa
luccicante. Ma devo dire che il mio approccio all’arte è partito dalla
letteratura, dalla parola e poi in seguito anche dalla musica. Per molto tempo
ho pensato che questa forma d’arte, le parole e la musica, sarebbe potuta
diventare il mio lavoro, il mio modo di esprimermi nel mondo. Dunque, sognavo
di fare il cantautore, poi questa forma d’arte si è diluita e un po’ l’ho
persa.

Come mai ha scelto come mezzo espressivo la pittura? Perché ti
sei avvicinato a questo linguaggio?
All’età di 34 anni ho
attraversato un periodo di crisi, durante il quale ho messo in discussione un
po’ di cose della mia vita. Ho sentito il bisogno di appropriarmi di un mezzo
creativo, di mettermi in maniera creativa di fronte a me stesso e al mondo. Mio
fratello dipingeva già da molto tempo ed io non ho fatto che affiancarmi a lui
per un breve periodo. Poi ho frequentato l’Accademia Balbo di Bordighera con il
maestro Enzo Consiglio, che è stato molto importante per il mio primo periodo
nel mondo dell’arte. Dunque, in quel periodo, ricordo che avevo molta
determinazione. Dipingere e disegnare come studio era diventata un’ossessione.
Ho poi conosciuto la pittura di vari maestri del passato e anche contemporanei
e mi sono innamorato di alcuni, che mi hanno indicato la via o suggerito vari
tipi di linguaggio che risuonavano dentro di me. Dunque, ho studiato la loro
pittura e il loro modo di esprimersi.



Se io dico “Natura”, tu dici…
La parola Natura mi fa subito
pensare al tessuto primario, al concetto di madre, al concetto di sorgente,
all’idea di casa. Se penso che in fondo è la nostra mente che ci separa
dall’idea di unione con il tutto. Altrimenti ci potremo sentire legati alla
natura come si sento gli animali e le piante.
Ci sono alcuni artisti che hanno influito o influiscono sul tuo
lavoro? A cosa ti ispiri?
Ci sono artisti che hanno
influito sul mio lavoro sin dall’inizio e che mi hanno trasmesso un tipo di
linguaggio che ha poi formato il mio modo di interpretare l’arte. Devo dire
che, da subito, mi ha coinvolto, mi sono innamorato dell’arte di Velasco
Vitali, un pittore contemporaneo. Prima di allora venivo da una grafica che era
molto vicina al fumetto o alla pittura di Otto Dix. Poi sono scaturite altre
passioni per Felice Casoratti e Enzo Vespignani. E è stata molto presente sin
da bambino la figura di Leonardo da Vinci. Capita molte volte che mentre lavoro
ad un’opera ho l’impressione di intraprendere uno stimolante dialogo con i
maestri della storia dell’arte, sia quella antica che quella recente, saltando
da un linguaggio che va da Leonardo a Raffaello, a quelli più recenti come
Schifano e Basquiat. Ad esempio, quando lavoro sul corpo è sempre in me
presente un linguaggio molto vicino a Rembrandt o Lucien Freud, oppure quando
lavoro sugli sfondi, sui cieli, ho un rimando a Tiepolo. Tutto si mescola al
mio sentire, al mio stato d’animo. Lo trovo molto affascinante questo miscuglio
di linguaggi, mio e di altri, passati e presenti. È una tavolozza infinita, a
cui attingere.

Secondo te, cosa ci definisce? Ciò che siamo o ciò che facciamo?
Io penso che non siamo mai
un’unica cosa e che non ci nutre mai un’unica cosa. Abbiamo una forma che
attinge a 360° gradi e si nutre di tutto quello che arriva attorno, in maniera
del tutto traversale, da dentro e da fuori. Dunque, ciò che facciamo è un mezzo
per scoprirci, per sperimentare e per capire chi siamo.
Chi riconosci come tuoi simili?
Mi sento molto vicino ai
viaggiatori, a chi sta cercando. A chi affronta la vita con creatività. A chi
adotta nuovi linguaggi. A chi osa, a chi sbaglia ma ha il coraggio di osare. A
chi ha fiducia nella vita, nel cielo e nel cosmo. A chi parla di fisica, di
fisica quantistica, di energia. A chi adotta pensieri positivi e a chi attira gente
positiva. A tutte queste persone mi sento molto affine. Penso che queste
persone siano un condimento molto importante per la crescita dell’umanità,
perché in un certo qual modo indicano la via, la via verso il nuovo e danno
così la speranza.

Tra le tue opere, ce n’è una cui sei più legato, diciamo per
“affinità elettive”?
Ce ne sono tante che sono
importanti, ma devo dire che è sempre quella che non c’è quella che mi attira
di più, è quella che sto cercando che sento molto vicina. Se devo indicare una
delle opere più significative, mi viene in mente il quadro “Io sono qui” che
rappresenta una figura femminile a seno nudo. Questo quadro, fatto nel 2009,
dava il titolo a una mostra a Bordighera e rappresenta me stesso che affermo
una presa di posizione e la voglia di intraprendere il viaggio. Ecco, quella è
stata la mia prima mostra e quello è stato un quadro molto significativo.

Chi, o che cosa, alimenta la tua passione per l’arte?
La mia passione per l’arte è
alimentata dall’arte stessa. Questo addentrarmi nella storia dell’arte antica e
contemporanea nutre il mio immaginario, le mie intuizioni. Al tempo stesso devo
dire che ci sono anche altre forme espressive che mi arricchiscono. Tra queste
la musica, la letteratura ma anche il cinema, tanto che lo reputo ad oggi il
più alto mezzo espressivo, che contiene in sé molte forme d’arte. E poi è la
natura, stare in mezzo alla natura mi aiuta a ricevere nuove intuizioni, a
creare i vuoti che sono essenziali per far arrivare nuovo materiale e nuove
visioni per la mia pittura.


Come giudichi il Paese ITALIA in genere?
Io sono dell’idea che noi
nasciamo nei luoghi necessari per la nostra crescita e per la nostra
evoluzione. Dunque, se ci sono delle difficoltà in certi posti o paesi è perché
quelle difficoltà ci devono aiutare a tirare fuori delle capacità che sono
dentro di noi ed è quello l’obbiettivo, il significato del nostro viaggio, del
nostro percorso di vita. L’Italia è un paese pieno di cultura e penso che sia
una grande fortuna per tante cose essere nati in questo paese. È un paese ricco
di storia e di arte e tutto questo non fa che arricchire il valore di una
persona che attinge da tale cultura.
Cosa accadrà in futuro? Cosa è scritto nell’agenda di Davide?
Non sono molto bravo con i
progetti a lungo termine, però per forza di cose devo imparare a gestire questa
mia incapacità. Posso dire che a ottobre è in previsione la mia personale al
museo MACS di Catania, una mostra per me molto importante e a cui stò lavorando
da più di un anno grazie anche al supporto della mia curatrice, Sara
Taglialagamba, che è una studiosa dell’arte e soprattutto del mondo di Leonardo
da Vinci. Poi ci sono altri progetti, la mostra di Catania avrà altre date in
altre città, che ancora sono da fissare. E c’è un altro progetto su Milano al
Castello Sforzesco. Nel 2019 avverranno le celebrazioni per il quinto
centenario della morte di Leonardo e per questa occasione ho in programma una
mostra che creerà un dialogo con il linguaggio del maestro che, per me, è stato
da sempre una figura molto importante, fino da quando era bambino.

Tre aggettivi che ti rappresentano, o ti definiscono.
Io sono un contenitore di
contraddizioni, perciò tutto quello che posso dire definendomi si può
contradire in breve tempo. Fondamentalmente sono, di natura, un sognatore. Sono
una persona che cerca sempre il dialogo e di andare a fondo nelle cose. Dirlo
in tre aggettivi? Vediamo: riflessivo, creativo e visionario, che magari è la
stessa cosa.
Qual è il tuo motto?
C’è una frase che mi ha
aiutato molto volte ed è “bisogna imporsi di osare”. È una frase che
periodicamente torna a galla e che mi da la spinta necessaria.
Ed il tuo vizio preferito? O hai solo virtù?
Devo dire che ultimamente il
mio vizio, il mio pericolo, la mia zona rossa è il divano. Il divano è molto
contagioso. All’inizio lo uso per pensare, per riflettere, ma poi è come una
sorta di gola che ti inghiotte e da cui fai fatica poi ad alzarsi. Induce alla
pigrizia il divano, lo reputo come uno delle più grandi invenzioni del Novecento
ma anche una delle invenzioni che ha causato molti rallentamenti nei progetti
di vita.
Qual è, a tuo avviso, il compito dell’artista? Tu perché crei?
Cosa ti spinge a dar forma ai tuoi pensieri ed alle tue emozioni?
Il compito dell’artista è
quello di essere un viaggiatore che cerca ma che porta, al tempo stesso, un
messaggio. È un messaggero che porta un messaggio, che è ciò che veramente
conta. Quando il focus viene troppo
sul messaggero, il viaggio rallenta quasi fino quasi a fermarsi. È importante
stare sempre nel flusso e cercare di stare sempre connessi a ciò che è il vero
significato del messaggio. Perché creo? Mi viene da dire che questa è la cosa
più semplice che mi riesca e che mi faccia stare meglio di altre cose. Questo
mettermi in questo modo di fronte al mondo mi fa sentire a mio agio. È proprio
come quando da bambino mi mettevo su un foglio di carta con dei colori e non
facevo altro che creare nuovi mondi. Lo trovo molto naturale, com’è naturale
respirare, com’è naturale il moto delle onde o il vento tra i rami. Per me è
molto naturale creare, perciò se facessi altro andrei contro natura.



Che cosa ami di più?
Io cerco di pormi davanti
alla vita con uno stato d’amore. È come dire al mare: cosa bagni di più? Il
mare bagna tutto quello che tocca. Fondamentalmente non voglio cercare di
passare per santone, ma, cercando di avere questo atteggiamento di amore per la
vita, il mio è un cercare di dare amore in maniera incondizionata. Poi è
chiaro, le persone con cui mi relaziono ricevano più attenzione perché si crea
una connessione con loro. Amo molto la natura. Amo la natura perché la sento
come Madre, come tessuto a cui appartengo e che mi nutre. E dunque amo la
natura in tutte le sue forme: il cielo, le nuvole, le onde del mare, i respiri,
i silenzi, i vuoti.


Qual è la tua più grande paura?
Secondo me per un essere
umano la grande paura è quella di non sentire più, di diventare apatici, che è
una forma peggiore di quella di morire perché la morte è un processo naturale
tanto quanto la nascita. Proprio l’apatia è una forma di non vita, che ti porta
a non sentire più, a non emozionarti più, dunque a non partecipare più al gioco
della vita che poi è il motivo per cui noi siamo qui, a gestire i nostri 5, 6
sensi e a vestire un nome, una forma, un sorriso, degli occhi. Insomma, questo
è il motivo per cui siamo con queste sembianze.
L’Uomo è ancora misura di tutte le cose?
L’uomo moderno è misura di
tutte le cose finché si relaziona con la sua tecnologia, con il suo mondo e con
il proprio ego. Finché si visualizza o si proietta o si rappresenta come al
centro della terra o dell’universo. Ma in verità no, l’uomo no. Partiamo
intanto dal fatto che siamo spiriti che fanno esperienza nella materia e quando
siamo in un processo biologico nella materia non siamo altro che dentro a un
tessuto, e dunque particella di un enorme, infinita matrice che ha un flusso
evolutivo costante. Perciò, il tutto non è a misura d’uomo, ma noi siamo la
scintilla di quel tutto. L’uomo raccoglie una parte della luce infinita e porta
questa piccola fiammella, che è un grande dono. L’uomo è testimone, in quanto
cosciente, di questa magnificenza che è attorno a noi. Mi viene in mente l’Uomo
Vitruviano, l’uomo di Leonardo. Io penso si vada verso il Super-Uomo. L’avvento
della tecnologia non fa che espandere questa coscienza dell’uomo, la capacità e
le possibilità.

Cos’è per te la Bellezza?
All’idea di bellezza risponde
la mia curatrice Sara Taglialagamba che ha una bellissima definizione che però
la passa a me gentilmente. L’idea perfetta di bellezza è la selezione delle
parti più perfette che esistono in natura, così come diceva Zeusi il pittore
nell’antichità. Ma detta però anche da me, la bellezza è qualcosa che fa
vibrare dentro. Ci sono dei valori assoluti, canoni assoluti di bellezza: un
tramonto è bello per tutti, a prescindere. Sta nella nostra evoluzione, nella
nostra sensibilità e nell’apertura d’animo riconoscere vari gradi di bellezza ma
la bellezza è davvero ovunque, a portata di mano, a portata di cuore.

Cosa fa Davide quando non è un “Artista”? Come trascorri i tuoi
giorni, e, soprattutto, le tue notti?
Quando non sono un artista,
cerco di stare in mezzo alla natura, con le persone che amo. Una cosa che mi
piace molto è viaggiare, andare nei posti dove si glorifica la natura in pieno
e poi frequentare i musei ma questo facciamolo rientrare sempre nel Davide
artista. Poi la notte dormo, e viaggio, e volo e chissà quante altre cose faccio
e non lo so. Forse torno bambino e torno su quei fogli a colorare e suggerisco
magari all’adulto nuove fonti di inspirazione.
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