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martedì 2 agosto 2016

Alla Triennale di Milano, la personale "Living Your Dream" di CARLO CALDARA, a cura di Federico Carlo Simonelli con testi critici di Emanuele Beluffi e Giulia Monti.


Carlo Caldara
Living Your Dream

Inaugurazione:
giovedì 11 agosto 2016, ore 18.30


Palazzo della Triennale 
Spazio espositivo IMPLUVIUM

Mostra:
dal 12 al 30 agosto 2016
 
La Triennale di Milano ospita, dal 12 al 30 agosto 2016, la personale di Carlo Caldara (Milano, 1965) Living Your Dream, ideata e prodotta da Show Eventi, progettata e allestita dall’architetto Federica Kluzer Caldara. Realizzata con la consulenza del project manager Leopoldo Chizoniti, a cura di Federico Carlo Simonelli con testi critici di Emanuele Beluffi e Giulia Monti; partnership dell’evento Galleria Bianca Maria Rizzi & Matthias Ritter di Milano


Catalogo della mostra disponibile presso Palazzo della Triennale

 
 

Carlo Caldara: sogni in bianco e nero

Testo critico a cura di Emanuele Beluffi 

(https://emanuelebeluffi.wordpress.com/2016/07/31/carlo-caldara-sogni-in-bianco-e-nero/)

“This is a true story”. Così iniziava ogni episodio delle serie TV americana Fargo ispirata al film omonimo dei fratelli Coen -che riportava nei titoli di testa la stessa scritta. Ma True story è anche il titolo di un’opera su alluminio e plexiglass a specchio di Carlo Caldara, ri-arrangiata ex post a partire da un olio su acciaio e plexiglass a specchio intitolato The End: se pensate a  The End dei Doors fate bene, ma questa grande e solitaria stazione ferroviaria, con quel treno che sta partendo o forse è appena arrivato, chissà?, non vi fa pensare anche un po’ alla Nouvelle Vague e al Neorealismo? Guardando The End di Carlo Caldara ci immaginiamo una scena esistenzialista in bianco e nero, con le strisce di fumo che avvolgono un immaginario personaggio solitario perso nei suoi pensieri, magari Humphrey Bogart, chiuso in un cappotto bianco con la sigaretta pendula dalle labbra.
Esistono opere letterarie strutturate in maniera cinematografica e anche la produzione d’arte di Carlo Caldara si può accostare a questo stile narrativo (l’arte è sempre narrativa, anche i monocromi di Ettore Spalletti lo sono), con quei lirismi brevissimi e secchi che lasciano molto all’immaginazione, giustapposti nel complesso dell’immagine raffigurata, che sembrano risuonare insieme all’opera visuale come haiku giapponesi:

notti liquide evaporano foto di speranze attraversano il giorno allucinazioni bianche illuminano l’orizzonte

Frammenti lirici che, nella genesi e nello sviluppo dell’opera di Caldara, arrivano solo alla fine, dopo il titolo e dopo l’immagine, come un suo potenziamento “ontologico”, un’accentuazione del suo esser-lì-per-noi. Non a caso l’altro mezzo espressivo prediletto di Carlo Caldara è lo specchio (inutile stare a pensare a Pistoletto o Kapoor. Per ogni opera pittorica, fotografica, scultorea, performance, video, esistono gli ovvi riferimenti illustri, quindi: fatti salvi il debito di sangue e le citazioni esplicite di un autore contemporaneo, trovarne gli ispiratori è un’opera di facchinaggio culturale che non interessa a nessuno, al massimo agli eventuali storiografi del futuro).
L’altro mezzo espressivo di Caldara, dicevamo, è la superficie riflettente -alluminio, acciaio: le sue immagini sono tutte allo specchio. Evidente il rimando esplicativo al confronto con se stessi, cosa che è anche un recupero circolare nel lavoro di Caldara: non a caso, una sua precedente serie artistica è incentrata sulla figura dei boxeur -ma io che sono antico e provinciale voglio usare la parola arcaica “pugilatori”- e quale disciplina più e meglio della boxe (ci sarebbe anche la filosofia, ma vabbeh) mostra come il tuo peggior nemico sia proprio tu?
Ma nel lavoro di Caldara non mancano i riferimenti all’universo musicale: aprendo con True Story avevo infatti parlato di ri-arrangiamento, come si usa nella lavorazione di un brano musicale e alla sua riorganizzazione nel complesso delle progressioni armoniche. Bene, Caldara ha fatto la stessa cosa: se guardate bene, infatti, True Story è il ri-arrangiamento di The End. Una campionatura visuale ma anche, come abbiamo appena visto,  un recupero circolare del tempo (artistico).  Un po’ come quel  mirabolante strumento fantascientifico di cui ci parlò una volta Martin Mystère (la famosissima serie a fumetti nata negli anni Ottanta dalla fervida mente di Sergio Bonelli): il cronovisore, un apparecchio che permetteva di “rivedere” il passato come in un televisore, appunto, con le immagini un po’ sbiadite dal tempo. La stessa cosa che avviene con certi esemplari particolarmente evanescenti dell’immaginario di Caldara, che si dissolvono come immagini del passato o immagini di un sogno, trasfigurandosi in sogni a occhi aperti: forse anche per questo la sua mostra si intitola così, Living your dream.
 
 

mercoledì 26 giugno 2013

MISSING | A Piccola Galleria di Bassano del Grappa la personale dell'artista Filippo Robboni | Testo critico a cura di Emanuele Beluffi


FILIPPO ROBBONI, CORPO E NON ALTRO
Testo critico a cura di Emanuele Beluffi 

Storici dell’arte e non, operatori del settore e maverick assoluti, filosofi di professione e lettori di inserti culturali della domenica concorderanno più o meno tutti nel riconoscere nella complicità uno dei tipi se non il tipo fondamentale delle relazioni che si instaurano fra un quadro e il suo osservatore.  No, L’Urlo di Munch non occasiona nessun invito autocompiacente, ma qui non si sta parlando della complicità nel senso erotofilo del termine, né si sfruculia sugli intenti pedagogici di un quadro, che per sua natura non deve tener bordone a niente e a nessuno. Però. Però una relazione di partecipazione fra l’opera d’arte e il suo fruitore sussiste, fissa ed effettiva nel corso dei secoli, fedele a se stessa nelle variabili interpretazioni che pensatori e artisti e critici hanno teorizzato nei loro tomi prima e nelle lezioni conservate via podcasting poi. Si potrebbe ciurlar col manico citando come esempio il sommo Arthur Schopenhauer che dedicò all’arte visiva  e alla sua relazione con l’osservatore un intero libro del suo capolavoro ottocentesco Il mondo come volontà e rappresentazione, si potrebbe sfangarla con Gombrich e la sua psicologia dell’arte nonché le ultime acquisizioni in filosofia e scienza cognitiva relative alla filosofia della percezione, ma la vita è breve e va corretta. E d’altro canto siamo stanchi di apporti metateorici al lavoro d’arte  neutralmente complici del citazionismo extra artistico che si profondono in circonvoluzioni dotte su letteratura e cinema ma che del lavoro del pittore in questione non dicono nulla.
Bando alle ciance, Filippo Robboni è un pittore che spacca e se qualcuno fosse alla ricerca di una  pittura consacrata al corpo e alla corporeità nella sua produzione pittorica ci sguazzerebbe. In modo particolare fa specie che in una congerie artistica in cui il corpo va via come il pane (pittura, scultura, video e fotografia e ovviamente esperienze performative, ma in quest’ultimo caso la corporeità è un po’ come il mix vodka e vermouth, senza i quali non esisterebbe il vodka martini), il lavoro d’arte di Filippo Robboni si fonda sul corpo negandolo (insomma come la teologia negativa che descriveva Dio definendo cosa Dio non fosse): i soggetti di questo ciclo pittorico sono corpografie dei proprietari assenti della corporeità, privati della loro parte cosciente per mezzo del “toglimento” della parte oculare e di tutto il resto della storia, solo volti dai quali la pittura fa sgorgare la loro stessa essenza carnale trasfigurando la figuratività in una corporeità onnilaterale. La pittura di Filippo Robboni imprigiona i soggetti nella loro carne facendoli corpo totale e silente: l’identità è surdeterminata, non hanno alcunché da comunicare all’esterno né hanno bisogno di occasionare relazioni d’alcun tipo con l’osservatore. Nessuna empatia, nessun messaggio, il film pittorico di Filippo Robboni è ineffabile e lascia i soggetti prigionieri di se stessi in un rapporto tra finitezza umana e ciò che tale finitezza trascende: sono soli, non hanno appercezione, non hanno io cosciente, non cercano te che guardi, sono il microcosmo transitorio ed effimero ed enigmatico rispetto al quale persiste il ciclo del Tutto, il macrocosmo con le sue leggi eterne e oltreumane. Insieme all’essenza carnale, è l’accadimento (un tramonto, per esempio), che in questa nuova serie pittorica di Filippo Robboni sta lì e sopravviene in una maniera niente affatto tranquillizzante, in un circolo descrittivo dalla composizione “altra” (ciò che è evidente nella serie “geometrica” dei lavori in mostra, laddove il gruppo di opere a carattere “descrittivo” non fa che reiterare lo stesso concetto ma per mezzo di una figurazione eminentemente simbolica), negando fortemente qualsivoglia grado di empatia e relazione con l’osservatore, rispetto al quale anzi i soggetti stanno fissi e sussistenti in un tempo che non altrimenti si può definire se non eterno presente.  

 
Filippo Robboni – Into the cave #1 – 2013

Filippo Robboni – Dusk #1

Filippo Robboni | Missing

3 luglio>30 agosto 2013

Piccola Galleria
Piazza dell’Angelo 2, Bassano del Grappa, Vicenza
info@piccolagalleria.com
www.piccolagalleria.com