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mercoledì 1 luglio 2015

AUTOSCATTI SBAGLIATI | Allo Spazio Calisti di Perugia, la personale della fotografa Ilaria Facci.


Il 10 Luglio 2015 s’inaugura a Perugia, la mostra fotografica ‘Autoscatti Sbagliati’, di Ilaria Facci, ospitata da Simona Calisti nel suo “Spazio Calisti” per promuovere la Ricerca contro il tumore della retina: il Retinoblastoma.

Dal 10 al 19 luglio, durante Umbria Jazz Festival, presso lo “Spazio Calisti“, prestigiosa sede di importanti eventi culturali, situato nel cuore del centro storico della città, in Via Cesare Battisti 19 (a due passi dal teatro Morlacchi), si terrà la mostra fotografica di Ilaria Facci: ‘Autoscatti sbagliati’, a favore di A.I.G.R. (Associazione Italiana Genitori dei bambini affetti da Retinoblastoma), una grave forma tumorale che colpisce un bambino ogni quindicimila nati.
Ilaria Facci, artista romana, residente a Londra, ha subìto a due anni l’enucleazione dell’occhio sinistro proprio a causa di questa malattia, che è divenuta così un tema importante nelle sue opere.
Il suo lavoro tende a sensibilizzare e a promuovere la Ricerca contro il Cancro. L’evento vuole sostenere le numerose iniziative dell’ A.I.G.R. che, da diciannove anni, assiste i familiari dei piccoli pazienti colpiti da questa malattia, promuove la ricerca scientifica, informa il pubblico dell’esistenza di questo tumore, che può essere curato con successo solo se diagnosticato precocemente, quando cioè si trova ancora nello stadio iniziale.
Tra i fondatori dell’Associazione c’e Theodora Hadjistilianou, la dottoressa che ha curato anche Ilaria Facci. Si segnala la collaborazione della Cancer Research UK -Charity Shop Crouch End (l’Associazione nazionale inglese per la Ricerca contro il Cancro) a cui va un ringraziamento particolare per la donazione delle cornici con le quali saranno esposte le foto. 
Ciascuna di esse è stata regalata da privati ed aziende alla Cancer Research UK, per contribuire alla raccolta fondi: saranno così anch’esse in vendita, durante l’evento, assieme alle foto; il ricavato sarà devoluto interamente all’associazione A.I.G.R.
Autoscatti Sbagliati’ trae ispirazione dalla frase del celebre jazzista, Miles Davis: “Non esistono note sbagliate”. Per Ilaria non esistono scatti sbagliati, perché per lei non esiste lo sbaglio, nell’Arte; piuttosto ‘è attraverso l’Arte, la musica, la poesia, che lo sbaglio, il limite, il dolore, può trasformarsi in un potente strumento di aiuto per se stessi, e per gli altri’.

Ilaria Facci

L’esposizione che aprirà i battenti venerdì 10 luglio alle ore 18:00, durerà fino al 19 luglio, e sarà aperta al pubblico nei seguenti orari:
• 10,00-13,00
• 18,00-20,00
• 21,30- 23,30
Per info e contatti:
• spaziocalisti@gmail.com

martedì 24 marzo 2015

INTERVYOU. Nel privé con Ilaria Facci, intervistata da Marla Lombardo.

«Non pretendo che la gioia non possa accompagnarsi alla bellezza; ma dico che la gioia è uno degli ornamenti più volgari, mentre la malinconia è della bellezza, per così dire, la nobile compagna, al punto che non so concepire un tipo di bellezza che non abbia in sé il dolore.» (Charles Baudelaire)
La mia prima ospite nel privé di Intervyou è una donna coraggiosa, forte e determinata. Questa donna ha talento. Si è messa a nudo, anima e corpo, in maniera brillante e profonda. 

La sua Arte è forte, sensibile, capace di toccare e smuovere i contorti labirinti della mente, lì dove fa più male.

Ilaria Facci you are in, then you are cool.


1. Quando hai cominciato ad approcciarti all'Arte, quale è stata la spinta per cominciare?
Non c’è cosa più difficile che parlare di sé. Per un artista, per una persona, credo significhi chiudere gli occhi, per ‘sfidarsi’ a guardarsi dentro.
Ma proverò a raccontarmi.

La prima spinta per l’Arte? Il dolore.
Non c’è nutrimento più prelibato per l’Arte che il dolore.
E poi, credo, il coraggio dell’istinto.

Per questo gli autoscatti, nel mio lavoro non c’è ‘premeditazione’.

Io, non so nulla di fotografia, di tecnica, di studio delle luci, di postproduzione. Non so nemmeno che tipo di macchina sto usando.
Anzi ‘lei’, la macchina fotografica, è apparsa nella mia vita quasi per caso, come l’amore, come quelle storie che nascono da un incontro fortuito, che so, in un parco: ‘lei’ mi è stata donata da un’amica, che non se ne faceva più nulla.
Ed un giorno l’ho presa ed ho iniziato a scattare, che per me ora so, significa scavare. Dentro di sé.
Lì, dove fa più male.




Da piccola mi sono ammalata di cancro, ‘Retino blastoma’ è il termine tecnico di questa  forma tumorale aggressiva, che colpisce agli occhi.
I danni arrecati sono irreversibili, ma, a dispetto del parere dei medici, sono sopravvissuta.
È forse questa mancanza, questa incapacità di vedere la luce, come voi ‘normali’, che inconsciamente mi ha avvicinato alla fotografia.
Io non vedo la luce come voi, i miei colori sono più netti, così i miei chiaroscuri; e le mie prospettive più piatte.
Ma è proprio tutto questo a rendere le mie foto, mie.

2) In che cosa consistono le tue opere: che temi affronti e con quali mezzi? Puoi citarne alcuni?
Quando ‘faccio arte’, io non penso.
Non parto mai da un tema, da un’idea, non faccio ricerca, né alcuno studio preparatorio.
Non traggo ispirazione, consciamente, e direttamente, da nulla.

‘Solo’ scatto.

E poi, quando ‘sento’ che è il momento, le carico sul pc e le vedo, e solo allora  scopro ciò che stavo cercando di dire, ma senza saperlo.
È questo il bello della fotografia, per me: è un macchinario, ma in realtà è uno specchio. E all’improvviso, come uno schiaffo, ti mostra chi sei.


Sei tu. La tua anima. La tua essenza.

La fotografia, quella vera, quella che rimane, non mostra affatto ciò che vediamo. Mostra ciò che sentiamo.
E forse, quelle tribù che sostengono che rubi l’anima, non hanno poi tutti i torti.


Questo è il mio modo di scattare, che mi porta inconsapevolmente a ripercorrere, ogni volta, momenti dolorosi del mio passato.
Così è nata la serie “Io non ho paura- contro le botte in cucina”: un urlo sulla  violenza domestica, e sulla necessità di sopravvivere creando un mondo parallelo fatto di sesso, ma anche di personaggi di fantasia;  la serie “Retinoblastoma”: per mostrare, o forse, per DI-mostrare, che un limite come la semicecità  può diventare un dono. Dipende solo da dove ‘lo si guardi’; “è Alzheimer”: la frase del dottore, quando ci disse la malattia della mia nonna, ed il mio osservarla nel suo lento ritornare bambina, fino a morire. O a rinascere.
Così ”Omaggio allo stupro”, “Il giorno del mio suicidio”, “A Francesca”. Temi che appartengono anche al ‘sociale’, che attraverso la fotografia riesco, credo,  ad esorcizzare,  a trasformarli, forse, in bellezza.
E ad abbandonarli, finalmente.

Perché l’Arte si nutre del dolore è vero, ma una volta sfamato, quel dolore si trasforma, in altro.
In poesia; forse, in un aiuto per chi leggerà quelle storie illustrate nelle foto, a capire che l’Arte vince, sempre.

L’Arte vince, nelle rovine di una città distrutta.
L’Arte vince, la morte del suo artista.
L’Arte, si riproduce tra le scaglie di una corteccia in un albero, tra migliaia, in luoghi lontani e sconosciuti.




I dottori sostengono che io sia nata col tumore.
Sebbene mi sia stato diagnosticato a due anni, forse il cancro si è sviluppato con me, quando ero ancora un feto.
Ed è come se io abbia fatto mia l’idea dell’indissolubile coerenza paradossale del binomio della vita, e della morte: una attinge dall’altra, da sempre. E per sempre.

La fotografia è il mio diario, a cui non voglio mentire, ben consapevole del fatto che comunque non potrei. ‘Lei’, la macchina, se ne accorgerebbe subito.
Piuttosto è lei a farmi scoprire così un nuovo buio, ogni volta, dentro di me. Ad illuminarlo, ogni volta, per farmi vedere.
E questo ‘vedere’ è la mia Arte.

Alla donna che più ho amato, una volta dissi: ‘Tu sei i miei occhi’. Per una semi- non vedente questo è il complimento più bello che esista.
Ma è andata via.
L’amore che provavo per lei, è diventato la mia ‘carta bianca’. La macchina fotografica, la mia scrittura.
E la fotografia, le mie risposte.

La fotografia è gli occhi che il cancro ha cercato di portarmi via.  
Senza riuscirci.



3) Cos'è per te l'arte? La tua visione dell'arte contemporanea?
L’Arte è tutto, eppure sembra fatta di niente.
E per questo qualsiasi definizione risulterà sempre insufficiente, approssimativa. Ed Inesatta.

L’Arte, per me, è la vita stessa. E come si fa a definire la vita?


4) E a Londra, che scena vedi? Cosa sta succedendo in questa città?
Londra è un’esplosione di energia, positività e crescita.
E’ dinamismo dirompente. Un inarrestabile caos ordinato.
Ho vissuto in molti luoghi al mondo, ma l’unica città cui ho detto ‘resto’, è stata Londra.

Qui vige un solo imperativo: ‘Osa’.


5) Ci sono alcuni artisti che influiscono sul tuo lavoro? A cosa ti ispiri? Come nasce la spinta creativa?
Amo nutrirmi di tutto ciò che reputo di qualità; film, letteratura, persone, musica, cultura ed arte vengono prima del pane,  per me.
Vivo nella costante ricerca.
La mia spinta creativa nasce da questo, senza filtri né raziocinio. Pura e spontanea reinterpretazione di ciò che accumulo, vivendo.



6) Cosa accadrà in futuro? Hai qualche mostra o evento in programma?
Non so cosa accadrà in futuro: non ho ancora mostre in programma.

Aggiungo una ‘comunicazione di servizio’: tutte le serie sono in vendita, e molte di esse sono associate ad enti benefici britannici.
Il guadagno della serie “Retinoblastoma”, andrà interamente in beneficenza, alla CANCER RESEARCH UK ( l’associazione nazionale britannica per la Ricerca contro il cancro): ogni opera, in questo caso, consta della fotografia scattata da me, accompagnata dalla fotografia dell’importo (identico al prezzo pagato dal cliente) del bonifico a favore dell’ente.

E questo mi basta.
Per ora.




7) Tre parole che ti rappresentano.
Forse d’impulso, per primo direi: “artista”.

Mia mamma mi racconta spesso di come all’asilo la maestra mi chiamasse “la Pasionaria” , per la mia indole idealista; una  piccola femminista indomita e ribelle, che voleva cambiare il mondo, tra i minuscoli banchi e le lettere di legno colorato.
Ecco, il mio lavoro -e la mia vita- non è altro che il mio modo di cambiare il mondo, in silenzio, quasi cullandolo ed amandolo; è come se dicessi, a me stessa, e agli altri: ‘se riesco a trasformare l’orrore in bellezza, allora tutto può essere trasformato in qualcosa di utile, di migliore.

Possiamo cambiare ogni cosa, anche il tumore, anche la guerra, anche la morte, in speranza, in sogno.
In amore.

La terza parola è forse “Ricercatrice”: noi siamo un percorso, una continua, infinita ricerca e scoperta, di noi stessi,  e del mondo.
Fermarsi, è il solo modo di morire che conosco.




8) Cosa fa Ilaria quando non è "artista"?
Io sono artista. E un’artista lo è sempre. Non può essere altrimenti.

Lo sono quando non cucino, ma ho fame, e mi attacco al primo pezzo di formaggio che trovo.
Lo sono quando medito il mio Buddismo.
Lo sono quando tornando a casa ubriaca, nel buio, decanto poesie improvvisate, che nessuno mai udrà, né io mai trascriverò.
Sono artista quando mi butto in testa la tintura di un colore a caso, perché ho voglia di futuro.
Lo sono quando piango, di un pensiero.
Lo sono quando parlo, quando timidamente mi nascondo dalla gente, e tra la gente, osservo.

L’artista non è la sua opera. L’artista è la sua stessa essenza.

Ma ‘artisti’, per me, lo sono tutti gli esseri umani.
Semplicemente alcuni non si sono ancora dati la possibilità di scoprirlo.



 BREVE BIOGRAFIA

Ilaria Facci nasce a Roma nel 1982.
A due anni e mezzo si ammala di tumore, “Retinoblastoma”all’occhio sinistro.
Nel 1992 si trasferisce, con la madre e la sorella,  a Buenos Aires.
Nel 2000 torna a Roma, dove si iscrive alla facoltà di lettere, presso La Sapienza; dopo circa un anno l’ abbandona per iscriversi all’Accademia di Moda e Costume.
Continua poi gli studi con un Master in Comunicazione; studia inoltre Cinema, fotografia e musica presso il DAMS, a Roma.
Nel 2009 viaggia spesso a Barcellona.
Nel 2010 si trasferisce a Milano, dove intraprende la carriera di Stylist e di costumista.
Durante questo periodo collabora con nomi importanti quali il fotografo Mustafa Sabbagh, redazioni quali  Cosmopolitan, e marchi internazionali, come L’Oreal e Nikon.
Nel 2012 viaggia in Armenia.
Nel 2013 abbandona la carriera di stylist, e si trasferisce a Londra.
Dal 2014 comincia ad apparire in magazine d’arte e di fotografia per i suoi ‘autoscatti sbagliati’. (kritikaonline, VOGUE.IT, INSIDE ART).
Attualmente vive a Londra.




lunedì 23 marzo 2015

INTERVYOU | Nel privé con Ilaria Facci, intervistata da Marla Lombardo.


Ad inaugurare ‪#‎INTERVYOU‬, il privé di Untitled Magazine, è l'artista Ilaria Facci
"Non c’è cosa più difficile che parlare di sé. Per un artista, per una persona, credo significhi chiudere gli occhi, per ‘sfidarsi’ a guardarsi dentro.
Ma proverò a raccontarmi.
La prima spinta per l’Arte? Il dolore.
Non c’è nutrimento più prelibato per l’Arte che il dolore.
E poi, credo, il coraggio dell’istinto.
Per questo gli autoscatti, nel mio lavoro non c’è ‘premeditazione’."