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mercoledì 14 dicembre 2016

Alla Carta Bianca fine arts di Catania la mostra personale "LUCE VINCE" del fotografo Aldo Palazzolo.

La galleria Carta Bianca fine arts ha il piacere di presentare la prima personale catanese del fotografo Aldo Palazzolo dal titolo Luce vince.

Una mostra colta, elegante, sobria e di grande prestigio per la galleria, assolutamente imperdibile per chiunque sia attento alle arti figurative, infatti Aldo Palazzolo è fra i testimoni più importanti del nostro tempo avendo immortalato i più grandi protagonisti del mondo della cultura con una visione assolutamente globale e contemporanea della ricerca estetica, con un respiro talmente ampio da non temere confronti nel mondo.

Dice di lui Guy Mandery:
Aldo Palazzolo fa parte con Avedon, Poinssot, Trivier e pochi altri, dei più straordinari ritrattisti esistenti (Album Public, Paris,1988).
 
Aldo Palazzolo
Inizia la sua ricerca intorno al 1975 indagando il legame fra mimo e fotografia alla scuola di J. Lecoq a Paris. Il lavoro sfocia nell’esposizione: ‘Semantica del Gesto’.
Seguendo il suo istinto di viaggiatore Palazzolo, comincia a frequentare i musei più importanti per studio e per passione. Da queste lunghe peregrinazioni nasce l’esposizione ‘Frammenti di Marmo’, indagine sul gesto erotico nella scultura antica. Immagini di rara bellezza (alcune presenti in mostra) in cui la plasticità dei marmi è esaltata e valorizzata dalle riprese a luce naturale e dalla riscoperta di un gesto e di uno svelamento cui il fotografo dedica attenzione e sensibilità.
La fine del ciclo dedicato alla riflessione sulla storia dell’arte coincide con quello che è sempre stato l’interesse primario del lavoro di Palazzolo: la riflessione sull’uomo, il ritratto.

Ha così realizzato un Panthéon di ritratti che inquietano profondamente e spesso, quasi sempre anzi, seducono; i suoi umani Palazzolo li fotografa frontalmente, a viso aperto senza orpelli, sempre carichi di una tensione emotiva ed esistenziale che riporta il soggetto al grado zero, all'essenza unica e primaria, all'essere mortale. Le pose caratterizzate da comportamento solenne, da uno sguardo penetrante scambiato con il fotografo e attraverso lui, con lo spettatore, turbano per l'intensità della messa a fuoco. Non sono fatti di momenti rubati al soggetto ignaro tuttavia sono ‘candidi’ nel senso originale della parola: franchi, aperti, senza maschera.

Nel 1986 pubblica il suo primo libro, 'Portraits', con testi di Jean Claude Lemagny e Ando Gilardi.
Nel 1989 il critico Peter Weiermair lo segnala fra i ritrattisti più importanti al mondo allestendo l’esposizione e il catalogo per ‘Il ritratto nella Fotografia Contemporanea’ con artisti come Andy Warhol, Robert Mapplethorpe, Annie Leibovitz, Bruce Weber, Mary Ellen Mark, Cleg & Guttman, Lynn Davis, Thomas Ruff.

Davanti al suo obiettivo sono passati personaggi come Jorge L. Borges, Rudolf Nureyev, Julian Beck, Giulio Andreotti, Adonis, Philip Glass, Patti Smith, César, Yannis Kounellis, Sean Scully, Enzo Cucchi, Giovanni Michelucci, Giuseppe Sinopoli, Mimmo Paladino, Gilberto Zorio, Enrico Rava, Gina Lagorio, Christoph Marthaler, Michelangelo Pistoletto, Jordi Savall, Giorgio Marconi, Kengo Kuma, Micha Majski, Jean Pierre Restany, Jack Dejohnette, Pierre Boulez, Franco Loi, Thomas Demenga, Piera Degli Esposti, Vinicio Capossela, Gillo Dorfles e tanti altri protagonisti del mondo della cultura, dell'arte, dello spettacolo.
Dal 1990 in poi vira verso una ricerca personalissima che lega l'elaborazione della foto alla riflessione sulla luce e sull'alchimia che denomina 'Liquid Light'.
 
 
 
Ha esposto nelle più importanti manifestazioni fotografiche: da Arles. dov'è presente nel 1992 con una personale, alla Biennale di Venezia, al Festival di Fotografia di Amsterdam, Liegi e Montpellier.
Nel 2002 viene incaricato dal direttore del Conservatorio di Lucerna di fotografare i musicisti che lavorano nella città svizzera; la mostra "Lucerna, una Città in Musica" viene esposta in diversi spazi pubblici e privati con performance dei musicisti fotografati durante il festival.

Ha ampliato le possibilità di ricerca del linguaggio fotografico con collaborazioni con poeti (Salvo Basso. Esposizione e libro ‘U tempu cc’è’) e con vari artisti, tra cui Fabio Iemmi col quale ha realizzato il progetto ‘I Santissimi’; un'esposizione che travalica la dimensione classica della mostra fotografica per avventurarsi nel campo della sperimentazione e manipolazione di vari linguaggi espressivi (Cappella dell’ Incoronazione in collaborazione col Museo Regionale di Palazzo Riso a Palermo e allo Spazio WOPA, padiglione Nervi-Parma).

E' stato direttore-editore della rivista d’arte e cultura internazionale Charade.
Nel 2015 è stato invitato da Christine Macel (capo curatore del Centre Pompidou e direttrice della Biennale di Venezia del prossimo anno) alla mostra Nel mezzo del mezzo. Arte contemporanea nel Mediterraneo che si è tenuta al Museo Riso di Palermo.
Ha realizzato la serie di Video-Ritratto Gli Imperdonabili dedicati a personaggi siciliani dell’arte e della cultura come Manlio Sgalambro ed Enzo Sellerio.

Aldo Palazzolo è nato a Siracusa nel 1948. Vive e lavora a Lucerna in Svizzera.
Collezioni Pubbliche:
Stedeljik Museum, Amsterdam
Biblioteque Nazionale, Paris
Paris Audiovisuel, Paris
George Easteman House Rochester, New York
Brooklyn Museum, New York
Musée de la Ville, Montpellier
Museo d'Arte Moderna, Gibellina

Giorni e orari di apertura:
da martedì a sabato: 17,00 / 20,00
Altri giorni e orari su appuntamento, tel. +39 336 806701
Chiuso il 31 dicembre

Carta Bianca Fine Arts - via Francesco Riso, 72/b Catania
www.galleriacartabianca.it info@galleriacartabianca.it

martedì 16 febbraio 2016

INTERVYOU. Nel privé con Aldo Palazzolo, intervistato da Marla Lombardo.

 
Photographer Credits  - Alberto Sipione

Personaggio inquieto, ribelle e libertario. E’ fra i testimoni più importanti del nostro tempo avendo immortalato i più grandi protagonisti del mondo della cultura contemporanea. Personaggi illustri ma anche sconosciuti che racchiudono storie, segreti, vite.
  
Le sue non sono semplicemente foto, ma opere alchemiche, potenti ed evocatrici, che esprimono il suo appassionante desiderio di ricerca continua, di un costante “andare oltre” i limiti del mero strumento; in lui c’è sempre l’intenzione di poter strappare l’immagine al tempo ed alla luce, elevandola così ad un livello “altro”, quasi mistico, immortale, per sempre. 
Del suo lavoro hanno scritto critici di tutto il mondo e le sue opere sono custodite in musei ed in collezioni pubbliche e private.

Aldo Palazzolo è l'ospite di INTERVYOU, il privé di Untitled Magazine. 

Photographer Credits  - JeanPierre Salomon


Aldo fotografi si nasce o si diventa?
A differenza di Totò io non lo nacqui e forse nemmeno lo "diventatti". Fui un onesto artigiano; usavo la fotografia per guadagnare la pagnottella. Mai conosciuto il sacro fuoco però mai svenduto. La mia rovina, per dirla col poeta, iniziò quando volli far entrare il cervello nella camera oscura. Ma è, questo, altro discorso.  
Aldo Palazzolo a tre anni
Aldo Palazzolo a sedici anni

Se io dico “Luce”, tu dici…
“Fiat” come disse il Numero Uno schierandosi, da subito, con gli Agnelli (ma non con le pecore). Poi mi toccò in dote il dovere di lavorare la luce e il tempo e siccome nessuno m’insegnò, né nacqui imparato, mi sono inventato esploratore e testimone, sperimentando la memoria armato di uno specchio oscuro e di tanto tempo perso; la fuga prospettica come sola prospettiva di fuga da un destino già scritto e non rispettato (fortuna mia!).
Cos'è per te “Fare Arte”?
L’Arte è un mistero godurioso: per me fu disciplina nel lavoro, sporcarsi le mani, non accontentarsi, estenuarsi: poi ancora studio, letteratura, scrittura, sperimentazione… Shakera con cura e servi con granita di limone in un pomeriggio infuocato, seduti a piazza Duomo, discettando sullo spettacolo degli ‘annacamenti’ turistici e della fauna autoctona.
Quale tua foto ti rappresenta meglio?
Il ritratto di Giulio Andreotti fu qualcosa di definitivo che pose fine ad una ricerca; dopo sono passato alla tecnica dei Liquid Light. E lì dentro il ritratto postumo (altro varco aperto) di Man Ray e il post human.
Giulio Andreotti

"Liquid Light", Patti Smith

Chi riconosci come tuoi simili?
Per spirito inquieto e risultati, mi rivedo in Man Ray. In Italia Ugo Mulas e Paolo Gioli. Amo su tutti Beato Angelico, Pontormo, Bronzino, Bacon, Giacometti, Burgeois, Kiefer.
Hommage a Man Ray
Schirzava / forsi / e / dicennu / subbra / a tomba / di un fotografu / cc’era scrittu: / non gniapriti / staiu sviluppannu.
- Salvo Basso - 


Quali sono state le tue collaborazioni più importanti?
Di sicuro la prima commissione ufficiale; avevo circa vent’anni. Reduce dalla lettura de L’Istituzione Negata di Franco Basaglia sui manicomi e tornato da Milano per una pausa breve, fui contattato per un lavoro sui pazienti del locale Ospedale psichiatrico. Ne venne fuori un reportage che conteneva in nuce quelli che sarebbero stati i miei futuri riferimenti fotografici ma che allora nemmeno conoscevo di nome; Diane Arbus, Richard Avedon fra tutti. Fu il mio battezzo espositivo a un Festival dell’Unità, credo nel 1972, col prof. Elio Tocco. La cosa ebbe un’eco anche a livello nazionale. In una realtà siracusana totalmente ignorante del dibattito culturale dell’epoca fece parecchio scalpore. Divenni subito un personaggio di riferimento. 
Dopo qualche tempo mi è stato chiaro che tutto ebbe inizio allora. 
Nel 1976, fotografo di scena ne Il Garofano Rosso tratto dal libro di Elio Vittorini (riferimento letterario per me imprescindibile di cui quest’anno si celebra il cinquantesimo anniversario della morte), girato soprattutto in Ortigia da una troupe romana capeggiata da Luigi Faccini, regista. La luce arrivava dal grande Arturo Zavattini, figlio del mitico Cesare. Fu la mia università in fatto di tecnica e di trucchi d’illuminazione. C’era un giovanissimo Miguel Bosè (nel ruolo di un improbabile Vittorini studente), Isa Barzizza, l’ancor splendida Elsa Martinelli, Maria Monti, Marina Berti e una piazza Duomo anni quaranta
Per ultimo la commissione, nel 2001, dell’allora Direttore del Conservatorio Musicale di Luzern, Thuring Bræm, per l’esposizione Ritratto di una città in Musica. Per un anno ebbi facoltà di frequentare gli insegnanti del conservatorio nonché i musicisti che arrivavano in città (sede di uno dei più prestigiosi festival di musica classica e contemporanea d’Europa) e prendere il ritratto a quelli che per un motivo o un altro mi toccavano.
Aldo Palazzolo, Autoritatto

Come giudichi il Paese ITALIA in genere?
Permettimi due risposte: la prima è politica. C’è molto movimento, ma è un movimento di vermi, rubata a Hegel. Però attenzione: i vermi veri non solo sono difficili da individuare ma anche da eliminare. 
La seconda: mare, sole pizza, ammore, chitarra e mandorlino.  
A ciascuno il suo.

"Il Garofano Rosso", 1976

Un fotografo italiano, anzi meglio siciliano, a Luzern. Cosa ti ha spinto a vivere, e lavorare, nella Svizzera tedesca?
Abitavo la Terrazza degli Eremiti, vista mare barocco di palma frusciante melodiosa; guardavo alla grecità classica, all’alba laboriosa, dal quinto piano di piazza S. Giuseppe e a lui, Giuseppe, sacrificavo devoto. Santa Lucia (forse gelosa), sguardo al tramonto, mi esiliò, complice il verminaio istituzionale locale. Santa Christina da Luzern mi accolse per non lasciarmi marcire sotto un ponte; eternamente debitore grato. La Talia si lasciò sfuggire così siffatto fotografo (quello della tua dotta introduzione, oh Marla, intendo) e le testimonianze iconiche innumeri del suo operato passato presente e futuro. Quasi tutti gli intellettuali locali illuminati dalla calda luce del tramonto, in beatitudine.

Siracusa, paesaggio da Piazza San Giuseppe

Cosa accadrà in futuro? Cosa è scritto nell’agenda di Aldo?
Oggi è vivere l’attesa senza domani. C’è in scaletta una personale alla galleria Carta Bianca di Catania: poi qualcosa bolle anche per l’Expo, I Santissimi ancora visibile a Parma. Un libro dei miei incontri, pronto da anni, non si decide a venire alla luce per ignavia (tanto al cesso non si porta più un libro ma il ciollulare per chattare simis). Allora perché? Però chissà.
Aldo Palazzolo e Fabio Iemmi 
Photographer Credits  - Fabio Sgroi


Inaugurazione mostra "I Santissimi" 
Photographer Credits  - Fabio Sgroi

Photographer Credits  - Alberto Sipione

"I Santissimi". Allo spazio Workout Pasubio di Parma, la mostra di Aldo Palazzolo e Fabio Iemmi, visitabile fino al 19 febbraio 2016. 

 

Tre aggettivi che ti rappresentano, o ti definiscono.
Psico-Logico, Psico-Panico, Psico-Penico.
Qual è il tuo motto?
Il meno è il più.

Photographer Credits  - Jean P. Laurent

Ed il tuo vizio preferito? O hai solo virtù?
La pigrizia. Giornate beate a letto senza levarmi. 
Lì mangiolavoroprogettoinseguosegniper sognibruciofrontiere (canaglia, mi ripeteva la mia vecchia-giovane ziasaggia, ma ’cchi nun fusti vattiato? Ma unni vo iri ’ccu ssà testa?!). 
La virtù è il presupposto della vita beata ed io mi sento meglio come cittadino del mondo onirico; ebbi poi la fortuna di essere nominato Felice nel secondo nome quindi: aldo (alto), felice, palazzolo (posto in alto). 
Cosa chiedere di più?
 

Che cos’è per te “essere alchemico”? 
La mitologia e l’alchimia, cercano di costruire, in un modo pre-scientifico, un contesto globale. Più esattamente l’alchimia è il tentativo di capire il mondo per immagini, al di là della scienza: è quello che tenta di fare anche l’artista che cerca collegamenti sconosciuti. La mia ricerca alchemica si dirige verso la fisicità dell’acqua, del fuoco, del tempo, i tre elementi fondanti il linguaggio fotografico e nell’esercizio della mia inquietudine esistenziale: nel rifiuto di delimitarmi, rassegnarmi, stabilirmi. Nella libertà assoluta (e terrorizzante) di una mutabilità continua, di una precarietà minacciosa; nel non voler essere lineare, prevedibile, afferrabile: la disciplina della ricerca significa, per me, fare una scelta. Scegliere di assumermi la responsabilità della mia individualità nei confronti dell’industria delle greggi, di seguire la mia strada, anche se non convince gli altri o peggio, disturba, di fuggire l’omogeneità anche a prezzo della solitudine. Scegliere di esprimere le differenze, e di esserne fieri. L’inquietudine come motore di vita, come perseguimento palpabile di me stesso, cioè del mondo, del tutto, attraverso la cellula più piccola, più insignificante, dell’io. Ci sono ancora infiniti modi di dare forma alle apparizioni dei folletti del mondo in attesa che qualcuno alzi lo sguardo e dia visione alle possibilità in esso latenti. 

"Liquid Light", Allegra Chiang

"Liquid Light", Rudolf Nureyev


"Liquid Light", Sean Scully


Qual è la tua più grande paura?
Non ho grandi paure per me ma per le persone che amo. Gioco con la morte da morto e spesso ne esco con una resurrezione. Al momento, visto che mi sento ancora vivo, come suggeriva Manlio Sgalambro, mi sento a-mortale. Vorrei evitare la sofferenza o di ridurmi a un carciofo, questo sì. Per il resto, chi morrà, saprà. Il mistero del dopo eccita, ma ‘u tempu cc’è’. 

 Aldo Palazzolo a Siracusa.
© 2016 Maria Pia Ballarino 

Cosa fa Aldo quando non è “Fotografo”?  Come trascorri i tuoi giorni, e, soprattutto, le tue notti?

Il quotidiano comprende la cura del giardino (compresa la zappa), le relazioni pubbliche (per mezzo del web, ahimè) la vita di relazioni con le persone amate, gli amici.

'La notte è fatta per amare', cantava qualcuno tempo fa, e anche, 'la notte porta consiglio', assicurava un altro: giusto.
Per me la notte è soprattutto il tempo magico dell’abbandono: il corpo si immerge con fiducia nel mistero dello spirito che viaggia verso l’ignoto. 
E in certe notti fortunate può capitare il dono dell’incontro con la coscienza cosmica, l’intima comunione col tutto, il vibrare all’unisono con una vibrazione sottilissima, impercettibile, che non appartiene ai sensi, che sta al di là di essi, fuori dal corpo, nella coscienza dell’assoluto.

Aldo Palazzolo a Bibbiena.
© 2014 Roberto Steve Gobesso 





Perché perseveri, incessante specchio?
Perché, fratello misterioso, replichi
ogni gesto che compie la mia mano?
Perché nell'ombra il sùbito riflesso?
Sei l'altro io del quale parla il greco

e mi bracchi da sempre. Nel nitore
dell'acqua incerta o del fermo cristallo
mi cerchi e non mi salva essere cieco.
Sapere che ci sei e non vederti
ti aggiunge orrore, sortilegio che osi
accrescere la somma delle cose
che siamo e che ci assediano il destino.
Quando morrò, tu copierai un altro
e dopo un altro e un altro e un altro,
e un altro...


Jorge Luis Borges - Allo specchio -

Aldo Palazzolo -
© J.L.Borges
              
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ALDO PALAZZOLO FACEBOOK PAGE

lunedì 25 gennaio 2016

"I Santissimi". Allo spazio Workout Pasubio di Parma, la mostra di Aldo Palazzolo e Fabio Iemmi, visitabile fino al 19 febbraio 2016.


Inaugurata con successo la mostra “I Santissimi” di Aldo Palazzolo e Fabio Iemmi, visitabile fino al 19 febbraio 2016 presso lo spazio “Workout Pasubio” (Temporary) di Parma (Padiglione Nervi, Ex Manzini, Via Palermo). L’esposizione è promossa da Leo van Moric© in collaborazione con l’Associazione Culturale “Workout Pasubio” (Temporary).

Un progetto nel quale l’arte incontra la tecnologia attraverso la fusione di fotografia, pittura e 3D projection mapping. In mostra, una decina di tavole di grandi dimensioni che rendono omaggio ad importanti testimoni della cultura e dell’arte internazionale dalla seconda metà del XX secolo ad oggi, come Patti Smith, Rudolf Nureyev, Manlio Sgalambro e Julian Beck.
Le opere esposte nascono dalle fotografie analogiche trattate da Aldo Palazzolo, ritrattista e sperimentatore, stampate su carta con una personalissima tecnica denominata “Liquid Light”, «capace di riflettere sullo sgomento della creatività delle origini» (Henry Favrod). Lavori rielaborati manualmente da Fabio Iemmi attraverso l’uso di intonaci naturali e tessuti scelti in base a trame ed orditi.
Il percorso espositivo, ideato da Studio GAAU, prevede la suddivisione dell’aula unica del Padiglione Nervi in una ritmata sequenza di cappelle laterali che culminano in una sorta di abside, nella quale è collocata l’opera transustanziale di Luigi Bertogalli.






Per 3D projection mapping s’intende una tecnica di proiezione su superfici non convenzionali, nello specifico una scultura pensile polimaterica creata da Fabio Iemmi. Luigi Bertogalli, applicando le ultime tecnologie al mondo dell’arte, ha prodotto una sintesi rielaborata dei ritratti, degli intonaci e dei pattern.
La pianta da cattedrale romanica e l’illuminazione dal basso vestono le figure di una profonda aura sacrale, alimentata anche dall’ambiente sonoro “Hanamichi” creato da [ guido.lusetti ] | [ loalue ] e da inedite percezioni olfattive.
La mostra è aperta al pubblico fino al 19 febbraio 2016, da mercoledì a venerdì ore 16.00-20.00, sabato ore 10.00-13.00 e 16.00-20.00, domenica ore 16.00-20.00. Ingresso libero. Per informazioni: Leo van Moric© (tel. +39 348 0948950, info@leovanmoric.itwww.leovanmoric.it). Il progetto, già presentato presso la Cappella dell’Incoronazione del Museo Riso di Palermo, sarà successivamente proposto ad Arezzo ed in altre città.