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venerdì 15 gennaio 2016

Intervista al pianista e compositore jazz Rosario Di Rosa, a cura di Marla Lombardo.


Rosario Di Rosa, pianista e compositore estremamente creativo, si distingue per una vocazione alla ricerca e alla contaminazione, con un'attenta analisi della musica minimalista contemporanea che non disdegna l’improvvisazione come discorso innovativo in abito jazzistico.


Talento che non è passato inosservato, tanto che nel corso del 2015, si è imposto con decisione, in trio con Paolo Dassi al contrabbasso e Riccardo Tosi alla batteria, all’attenzione della stampa e della critica specializzata per il nuovo progetto discografico, Pop Corn Reflections, edito dall’etichetta milanese NAU Records

Ai tanti successi e riconoscimenti si aggiunge adesso anche il secondo posto come migliore formazione dell’anno nel referendum Top Jazz 2015 indetto ogni anno dalla prestigiosa e storica rivista Musica Jazz e decretato da una schiera di autorevoli e competenti critici e giornalisti musicali. 

Noi di Untitled magazine lo abbiamo intervistato in esclusiva per voi.

Rosario chi o cosa ti ha portato al jazz?

In qualche maniera la musica ha sempre accompagnato la mia vita sin da quando avevo 2 anni, prima come semplice gioco e poi via via sempre più come impegno serio e professionale. L'incontro col jazz è arrivato in maniera inaspettata ma, al tempo stesso, consequenziale. Intorno ai 17 anni suonavo le tastiere in vari gruppi rock della mia città, Vittoria (RG), ma avevo anche cominciato a interessarmi agli accordi che sentivo nei dischi di Pino Daniele, chiaramente già derivativi dal jazz. Poi un bel giorno un mio amico mi fece ascoltare Headhunters di Herbie Hancock e, a quel punto, cambiò tutto. Provai una sensazione che auguro a tutti di provare almeno una volta: non credere alle proprie orecchie, non potevo immaginare che esistesse una musica così bella. Fu in quel momento che mi resi conto che dovevo iniziare assolutamente a studiare piano jazz.

Cosa è per te “fare musica”?

Per me "fare musica" è sinonimo di "mettersi in discussione". Negli ultimi anni navigo questo mare infinito in lungo e largo, dal jazz alla musica classica, dalla composizione alla musica elettronica, cui mi sto dedicando di recente. Più apprendo cose nuove, più mi rendo conto di essere un puntino in questo oceano di pura bellezza, il che contribuisce in maniera decisiva a dare senso al mio vivere.

Tu e la creatività, come nasce l’ispirazione? Ci sono momenti o situazioni particolari che la favoriscono?

La creatività è per me un elemento imprescindibile del "fare jazz". Credo si possano individuare due fasi nel mio percorso personale di musicista e compositore. La prima,  conclusasi col disco Yawp!!! del 2012, in cui la creatività serviva per descrivere in musica esperienze autobiografiche o interessi extra disciplinari; la seconda, inaugurata con Pop Corn Reflections (NAU 1305) del 2015 in cui l'aspetto descrittivo è completamente sparito e sostituito da un approccio più analitico e sintetico legato al mero linguaggio musicale. Mi piace studiare concetti legati alla musica contemporanea e riportarli all'interno dell'improvvisazione tipica del jazz. L'ispirazione dunque, che si manifesta nei momenti e nei modi più inaspettati, è adesso un processo di sintesi e rielaborazione che travalica i confini dei generi musicali, di cui mi è sempre importato poco.





Se io dico “Steve Reich”, tu dici?

"Phasing", una forma di contrappunto usata nella minimal music che può prevedere, oltre il classico utilizzo degli strumenti acustici,  l'ausilio di nastri o feedback di microfoni ad esempio. Steve Reich, ma anche Terry Riley, John Adams e La Monte Young sono per me un esempio di come possa essere composta musica poetica, di denuncia, provocatoria, inusuale, attraverso i modi più diversi e con un approccio alternativo ma allo stesso tempo evocativo.

Cosa cerchi dai musicisti con cui suoni e collabori?

Le stesse cose che chiedo a me stesso: creatività, passione e impegno.

Quali sono le collaborazioni più significative che hai avuto?

Ricordo con affetto la prima in ambito professionale, ovvero quella col trombettista siciliano Vito Giordano che mi chiamò nel suo quartetto formato da altri insegnanti del Brass Group di Palermo, scuola nella quale studiavo piano jazz da appena un anno. Fu un'esperienza bellissima e molto formativa. In generale poi tutte le collaborazioni mi hanno sempre lasciato qualcosa, nel bene o nel male. Vorrei inoltre sottolineare quella per me molto importante con gli attuali membri del mio trio, Paolo Dassi e Riccardo Tosi, che mi ha permesso di realizzare un sogno: creare un piccolo "laboratorio" stabile dove provare la mia musica.

ROSARIO DI ROSA TRIO
Rosario Di Rosa, Paolo Dassi e Riccardo Tosi 


Chi riconosci come tuoi simili?

Una cosa che ho imparato della musica è che bisogna sempre cercare di essere sé stessi. Ogni musicista ha i propri "eroi", che diventano tali proprio perché ti fanno percepire la loro unicità. Per questo, nel mio piccolo, mi sforzo di non imitare e di non essere simile a nessuno, dunque spero che nessuno sia simile a me.

Cosa accadrà in futuro? Cosa è scritto nell’agenda di Rosario Di Rosa?

Sicuramente suoneremo Pop Corn Reflections il più possibile. Parallelamente, come sempre, lavoro in tante direzioni: nuovi progetti, nuove collaborazioni...

Tre aggettivi che ti rappresentano.

Creativo, curioso, determinato.

Cosa fa Rosario quando non è un "Musicista"?

Divento un appassionato ascoltatore musica. Uno dei momenti più belli che spesso riservo per me è sedermi la sera davanti allo stereo, mettere sul giradischi un vinile e premere play.




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